— Sono legittimista, rispose quel giovane con una franchezza quasi solenne.

— Anche l’imperatrice è legittimista, replicò il Duca di Morny, atteggiando le labbra allo scettico sorriso che gli era abituale.

Il giovane accettò.

Era Alfonso Daudet, il futuro scrittore del Nabab, il futuro pittore del duca di Mora, un ritratto del Morny velato appena dal cambiamento dell’ultima sillaba del vero nome.

Il Nabab ebbe un successo molto somigliante a uno scandalo. I principali personaggi del romanzo vennero subito riconosciuti sotto la loro maschera artistica. S’arrivò a trovar dei riscontri nella realtà alle pure invenzioni del romanziere; e le inevitabili accidentali identità dei nomi, delle indicazioni delle vie e del numero delle case servirono a complicare, ad istigare maggiormente quella rabbia di bassa curiosità da cui il pubblico vien preso in simili circostanze. L’autore, in nome della sua probità letteraria, protestò di non aver voluto cercare un elemento di successo nel frivolo e malsano pettegolezzo dei lettori; aveva, unicamente, voluto fare un’opera d’arte; e, se s’era servito di elementi reali conosciuti da tutti, non era andato più in là di quel che gli permettesse il suo diritto d’artista. Attorno ad un personaggio che, simile ad una meteora, aveva traversato colla sua abbagliante e rapida esistenza il cielo parigino, s’erano aggruppati tant’altri elementi di quella osservazione continua sparpagliata, quasi incosciente, senza la quale non potrebbero esserci scrittori d’immaginazione, e sarebbe bastato confrontare certi particolari della realtà con quelli dipinti nel libro per accorgersi di quel lavoro di cristallizzazione che trasporta dal reale nella finzione, dalla vita nel romanzo le circostanze più semplici[13].

Tali giustificazioni potrà oggi ripetere il Daudet a proposito del suo nuovo romanzo Les Rois en exil pubblicato nelle appendici del Temps ed ora stampato in volume dal Dentu. Certamente è difficile contestargli il suo diritto d’osservatore. Quei re spodestati, da tutti i punti dell’Europa, quasi fatalmente spinti, anzi trascinati entro il gran vortice della vita parigina, riempiono la cronaca dei giornali colle magnificenze del loro lusso, colla sbrigliatezza della loro vita di gente liberata dalla tirannia dell’etichetta di corte; dànno in pascolo quotidiano alle conversazioni leggiere e maldicenti dei crocchi aristocratici e dei salotti borghesi le loro stranezze, le loro avventure equivoche, le loro piccole e grandi miserie, le loro sfrontatezze audaci, gl’intrighi d’ogni sorta alimentati dal prestigio dei loro nomi e dalla precarietà del loro stato. Or questo nuovo elemento esotico che si mescola alla vita febbrile della grande città e vi mette una nota smagliante, stridente, un che di caratteristico, vero segno d’un tempo in cui tutte le disuguaglianze sociali, tutte le barriere di classi e di caste s’annientano nel prepotente rimescolio della democrazia moderna; questo nuovo elemento può e deve formare anch’esso materia di studio ed esser tradotto nella creazione artistica com’ogni altro elemento della vita. Allorchè la materia reale ha già subito l’indefinibile elaborazione che la solleva, dal basso livello del fatto diverso e della cronaca scandalosa, all’altezza pura e serena del cielo dell’arte; allorchè il personaggio vero arriva a vivere, a muoversi, a pensare, a sentire in quella sottile atmosfera senza mostrar la debolezza d’un secondo fine, è assurdo cavar fuori gli scrupoli della convenienza, dei riguardi personali, del rispetto a sventure siano o no meritate, e addebitare alle creazioni dell’artista malizie ed intenzioni che la riuscita dell’opera d’arte trionfalmente contraddice. Certamente l’artista ha calcolato sulla nostra curiosità; certamente la novità del soggetto ha morso la sua vena e lo ha spinto a studiare, di preferenza, uno, due, tre personaggi, tutto un ordine di fatti che hanno una fisonomia particolare, ben marcata; e tale novità non gli è parsa una cosa spregevole per aiutare il successo della sua opera, come un condimento da stuzzicar palati troppo assuefatti a tutte le raffinatezze della cucina letteraria contemporanea. Ma questo non dà il diritto d’invertire l’ordine e il valore dei suoi scopi e ridurre l’opera d’arte ad una speculazione di scandalo e a nulla più.

Il Daudet dev’avere su tal conto la coscienza tranquilla. Il suo libro è fatto in modo da velare appena la realtà con qualcosa di meno del cambiamento d’una sillaba, come il Morny col Mora. Questa fierezza dell’artista che si stima superiore al sospetto giova al suo lavoro pel lato morale. Egli non scrive il suo libro per mescolarsi di politica o d’altro. Re, regine, principi reali, tutti i suoi personaggi sono per lui degli uomini che hanno sentimenti, passioni, affetti, pregiudizii, virtù, miserie e colpe allo stesso modo degli uomini di qualunque altra classe sociale; ed egli vuol renderli tali qual’essi sono, quali gli ha visti e quali gli si sono elaborati nella imaginazione, sinceramente, senza partito preso, o coll’unico di non lasciarsi trascinare, com’era facile, fuori dei limiti d’un’opera d’arte. Dimentichiamo dunque i riscontri, e prendiamo l’opera d’arte qual’è.

La famiglia reale spodestata arriva a Parigi dopo i disastri della Comune. La regina è un’anima eroica, colla piena coscienza della grandezza del suo grado e della severità dei suoi doveri. Non già che la donna sia morta in lei: il suo cuore soffre profondamente dell’abbandono in cui la lascia il marito... ma una regina non può essere felice o infelice come le altre donne. Dolori di sposa, dolori di madre, ella deve nasconder tutto, deve divorar tutto in segreto, e portar alta la testa per reggere la corona e non far ridere i suoi nemici. Il re invece è fiacco, corrotto, e la sola idea di trovarsi a Parigi, nel giardino di tutti i piaceri, gli dà la vertigine sin dalla prima sera del suo arrivo.

Da questi due punti di partenza s’indovina facilmente quello che accadrà.

Mentre la regina nel solitario palazzo, in un angolo di Parigi, a Saint-Mandè, sorveglia, l’educazione del piccolo principe ereditario e tien vive le relazioni con quella parte dei suoi sudditi rimasta fedele, il re si butta a capo fitto nelle avventure della vita parigina, s’incanaglia, s’indebita, perde la coscienza del proprio stato. Un giorno che deve ricevere alcune deputazioni politiche è talmente ubbriaco fradicio da non potersi mostrare. La spedizione organizzata dalla regina e dai suoi fidi, alla quale prende parte il fiore della gioventù legittimista francese, si risolve in una catastrofe perchè egli ritarda la sua partenza per passare una nottata con una donna che lo tradisce.