E quando la regina ricorre al supremo rimedio, l’abdicazione, col quale la corona potrebbe forse raffermarsi sul capo del piccolo principe, un tristo accidente toglie la vista all’innocente erede di quella razza depravata. Allora tutto è finito. Il cuore della regina, in mezzo al suo immenso dolore, prova una specie di conforto: sarà madre, nient’altro che madre, e il passato non troverà più un’eco nella memoria di lei.

Attorno a questo squallore di famiglia che serra il cuore, mettete la devozione cieca e disinteressata del vecchio generale Rosen che sagrifica ogni sua cosa ad un principe indegno e vigliacco; mettete la figura d’un precettore del principino, carattere tutto d’un pezzo, che sconta anch’esso dolorosamente la sua fede politica; aggiungete una glaciale figura di donna, di quelle che calcolano le seduzioni delle occhiate, dei sorrisi, dei baci e delle carezze colla serenità d’un banchere intento a un gran colpo finanziario; e insieme a lei, uno di quegli arditi speculatori, funghi parassiti dell’asfalto delle grandi capitali, che passano dalla povertà alla ricchezza, al lusso, allo splendore colla stessa facilità con cui tornano spesso nella miseria e nell’oscurità d’onde uscirono non si sa come: avrete le principali figure del nuovo romanzo del Daudet.

Il dramma che annoda l’azione e mette in moto questa e le figure minori è di una semplicità estrema. Parigi, nel fondo, coi sinistri bagliori della sua vita febbrile sembra esercitare una specie di vendetta divina sui re spodestati venuti a stordirsi in seno ad essa del giusto giudicio che gli ha colpiti. Terminata l’ultima pagina, il lettore non può far di meno di riflettere ai casi reali adombrati dalla trasparente finzione del romanzo e, come la regina Federica alla vista delle rovine delle Tuileries dorate da un sole al tramonto, crede di veder qualch’antica rovina d’un lontanissimo passato, una storia di costumi e di popoli spariti, una vecchia cosa morta.

Dopo quella della regina Federica, la figura più carezzata dall’autore è il precettore del principino, Eliseo Méraut. Sembra che il Daudet vi abbia personificato le sue convinzioni politiche.

Gravemente ammalato, in disgrazia, disgustato da tutte le vili cose alle quali aveva assistito, Eliseo Mèraut è tornato alla sua stanza di studente e vuol terminare il suo libro sulla Sovranità per diritto divino.

Alla vista di quelle pagine sparse nel letto, allo scorgersi in quella stanza sudicia coi suoi capelli grigi di vecchio studente, «con tanta passione sciupata, con tante forze perdute, egli dubitò per la prima volta e si domandò se non era stato fin allora un illuso. Un difensore! Un apostolo! Per quei re che si degradavano spensieratamente e disertavano la loro propria causa!» Queste parole danno l’intonazione del romanzo e ne sono, direi, la morale. Vi si sente un che d’amaro, vi si sente che l’autore oggi non saprebbe affermare colla stessa sicurezza: sono un legittimista, come rispose un giorno al Morny.

Senza dubbio la curiosità dei lettori, specialmente dei parigini, troverà largo campo di piccoli scandali quasi ad ogni pagina di questo romanzo. L’autore, persuaso ch’era impossibile il mascherare la realtà, s’è appena dato la cura di leggermente velarla. Il re e la regina di Palermo, la regina di Galizia, il principe d’Axel, il Duca e la duchessa di Parma, il re di Westfalia sono nomi troppo trasparenti. E quasi i nomi non bastassero, ecco dei ritratti, somigliantissimi. Una seduta dell’Accademia serve a riunirli come in una galleria.

«Più in là, sotto un turbante di splendido satin, ecco la grassa regina di Galizia, che colle sue gote pienotte e colla sua carnagione colorita somiglia un’arancia dalla buccia resistente. Ella fa gran sfoggio, sbuffa, si sventa, ride e parla con una donna ancor giovane, abbigliata da una mantiglia bianca, una fisonomia malinconica e buona, solcata da quella ruga delle lagrime che scende dagli occhi leggermente rossi alle labbra pallide. È la duchessa di Parma, eccellente creatura niente fatta per le scosse e i terrori che le dà l’avventuriero al quale è legata la sua vita. Anch’egli è là, quel diavolaccio, e intromette familiarmente tra le due donne la sua barba nera e lucente, la sua testa di bellâtre bronzata dall’ultima spedizione costosa e disastrosa quanto le precedenti. Egli ha giocato al re; ha avuto una corte, delle feste, delle donne, dei Te Deum, delle vie sparse di fiori alle sue entrate. Ha caracollato, decretato, danzato, ha fatto parlare l’inchiostro e la polvere, ha versato del sangue, ha seminato degli odii; e, perduta la battaglia, gridato: si salvi chi può! rieccolo in Francia a rifarsi, a cercar nuove reclute da rischiare, nuovi milioni da disperdere, sempre in abito da viaggio e da avventure, serrato alla vita, guarnito di bottoni e di alamari che gli danno l’aria d’uno zingaro.»

Chi ha visto Don Carlos lo riconosce alla prima occhiata, e può dedurne che gli altri ritratti debbon essere egualmente fedeli.

Per non ridurre addirittura il suo romanzo un libello, il Daudet ha inventato un regno d’Illiria che la diplomazia europea non ha mai sentito nominare, un Cristiano II e una regina Federica che si cercherebbero invano nell’almanacco di Gotha. Aggruppando fatti notissimi e di luoghi e tempi e di persone disparate, lasciando quasi a bella posta intravedere quel lavoro di cristallizzazione, come lo chiama, c’ha prodotto dai varii elementi della realtà la sua creazione artistica, ha inteso tacitamente protestare contro ogni altra intenzione che gli si volesse attribuire, affermando a fronte alta il suo diritto e il suo dovere d’osservatore e di romanziere della società contemporanea.