Però nessun libro meglio del suo prova quanto sia pericoloso il lasciar infiltrare nell’opera d’arte anche il più piccolo elemento estraneo alla sua essenza elevata. Certamente, nella scelta del soggetto, l’autore fu sedotto dalle lusinghe della novità d’esso e dall’idea dell’interesse straordinario che avrebbe destato nei lettori. Ebbene, questo piccolo elemento è bastato per ridurre quasi inefficace la sua creazione: la realtà è più forte di questa e rende impossibile il piacere estetico. Avviene com’un raddoppiamento di personaggi. La regina Federica fa pensare a Maria regina di Palermo, che si mostra appena due volte nel libro, e soltanto per tentar di stornare il lettore dal riconoscere in Federica la regina Sofia, moglie di Francesco II Borbone. Ma la gherminella è puerile, perchè possa accadere che ci s’illuda e ci s’assorbisca nella semplice sensazione del fantasma artistico. Lo interesse è distratto, il fantasma non prende consistenza, non riesce ad esistere col suo pieno arbitrio, coll’intiera libertà di persona vivente.
Manca, per la troppa notorietà dei personaggi reali, quel non so che di sfumato, di lontano, d’ignoto che tanto contribuisce a rendere il personaggio della finzione quasi più vivo di quello della realtà. Giacchè per l’opera d’arte poco importa il sapere ch’esso abbia o no davvero esistito, quando la potente immaginazione dello scrittore giunge a renderlo vivo e a interessarci a suoi casi. E la prova di questo si ha nel medesimo libro. Eliseo Méraut, che forse non nasconde dietro di sè nessun personaggio reale o nasconde un ignoto, è assai più solido, più efficace, assai più interessante di Federica e di Cristiano. Crediamo al romanziere sulla sua parola; non ci passa pel capo di domandargli fin dove il personaggio reale gli ha servito di modello e quali altri soggetti han contribuito alla formazione della sua creatura. Lo stato civile d’Eliseo è lì, nel romanzo. Noi lo abbiam conosciuto sin da quand’era bambino; quella sua testona arruffata e quella sua faccia larga, rugosa, virile, da apostolo non le dimenticheremo più. Chiamate: Eliseo Méraut! ed è lui che risponde all’appello, rizzando la sua fronte pensosa sotto una capigliatura grigia innanzi tempo. Chiamate invece: Federica! e il personaggio del romanzo si dirada, diventa trasparente, svanisce; Sofia di Baviera viene innanzi: un’importuna, ci sembra, che tenta d’intrudersi e vuol usurpare il vostro affetto. La scossa è brutale, come quando si è destati improvvisamente in mezzo alla delizia d’un sogno.
Senza dubbio il Daudet ha fatto tutto quello che poteva per superar questo scoglio, ma la logica della vita, anche nel mondo dell’arte, è superiore a qualunque capriccio. Può darsi che l’uomo sia in lui contento del successo di curiosità già ottenuto dai Rois en exil presso il pubblico grossolano, borghese o aristocratico non importa; ma l’artista avrebbe certamente preferito che la sua Federica fosse entrata nel mondo dell’arte da creatura non men viva di quell’altra, servita in gran parte, di modello.
EMILIO ZOLA[14]
Nana è riuscita quella che doveva essere, una prostituta di razza. Il romanzo ha tutte le nudità, tutte le impudenze del suo soggetto; ma lo Zola può ripetere anche questa volta: la mia opera è casta. Dicono che, il giorno in cui il Voltaire ne pubblicò le ultime pagine, a Parigi si parlasse della morte della Nana come d’un avvenimento reale. Non me ne stupisco. Questo dimostra, a dispetto di tutte le ipocrite malevolenze della critica, che la Nana vive e che lo stato civile dell’arte ha già registrato nel suo libro un’immortale creatura di più. Nana oramai non è più il nome di una persona, ma quello d’una classe.
È la prima volta che la prostituta comparisce in un’opera d’arte nella completa schiettezza del suo stato. La stessa Fille Èlisa del De Goncourt conserva le tracce d’un’idealizzazione inopportuna. E poi, più che un quadro, è un piccolo bozzetto, limitato alla bassa sfera della corruzione parigina. Per iscorgere il valore reale del nuovo libro dello Zola bisogna confrontarlo con gli altri ove è stato tentato, in questi ultimi anni, lo studio della medesima piaga sociale; per esempio, con la pretenziosa Madame Frusquin.
Madame Frusquin ha precesso la Nana di un solo anno. I suoi autori, Texier e La Senne, cercavano gabellarcela come un romanzo esatto, visto. «Nè tesi, nè difesa, essi dicevano; rischiarare qualche punto oscuro della vita moderna, far la luce sopra una parte dell’orizzonte attuale: il romanzo che noi offriamo al pubblico non ha altre pretese.» Madame Frusquin fece un po’ di rumore. Parve un’anticipazione, una prelevazione sulla materia intorno alla quale si sapeva lavorasse lo Zola. Oggi noi possiamo constatare che le esigenze del tema hanno condotto lo Zola a trovarsi più volte sullo stesso terreno dove i suoi predecessori si erano affrettati a mettere il piede, ed è lì, nei particolari non meno che nell’insieme del quadro, che salta agli occhi il pregio del nuovo episodio dei Rougon-Maquart.
Chi è Madame Frusquin? Molti dei miei lettori probabilmente non lo sanno. È la figliuola di un operaio conciapelle, nata e vissuta nella miseria fino ai diciotto anni, sostentando la sua vita d’orfanella in casa di una zia, col lavorar di cucito. Entrata in un negozio di trine, cade nel tranello d’un capo commesso che, condottala con sè in una trattoria del bosco di Raqueux, la ubbriaca e la viola. Questo affronto rivolta tutto il suo orgoglio di donna. Pochi giorni dopo la violenza patita, un povero diavolo, direttore di orchestra d’uno dei piccoli teatri parigini, le offerisce la mano di sposo, quantunque ne abbia indovinata la disgrazia.
« — Io ti amerò tanto.....
«Nina l’arrestò con un gesto brusco.