« — Amare? che significa? Grazie a Dio ne sono guarita! Una bella porcheria l’amore! Non c’è più nulla qui!

«E si picchiava sul petto, al posto del cuore, col pugno chiuso che risuonava stranamente.»

Ma il musicista insisteva.

«Quell’uomo ai suoi piedi, annichilito, infranto da lei, le suscitava delle vaghe e terribili idee di vendetta: le sembrava che le restasse ancora una sensazione da provare, una parte da rappresentare: morta per l’amore, lei vivrebbe ancora per la gioia selvaggia di vendicarsi, di prender la rivincita delle sue illusioni perdute..... Non esitò più.»

Si sposarono. Ma la prima sera delle nozze volle dormir sola. Non glielo aveva detto che provava orrore degli uomini? Che ne aveva conosciuto uno solo ed era stato anche troppo per lei? Gli aveva forse mentito? Il suo cuore era ancora ammalato di nausea. Se la nausea fosse passata, lo avrebbe avvertito. — Questa vita d’amicizia coniugale durò a lungo: il marito, Isidoro Frusquin fu paziente com’un innamorato. Intanto Nina sentiva ribollire e gorgogliare nel suo cuore tutti i larghi appetiti della ricchezza e del lusso. Il suo spirito arzigogolava con un attività adultera, nel silenzio della sua cameretta, mentre le mani continuavano macchinalmente un lavoro d’ago. Aveva preso ad accompagnare il marito alle prove e alle rappresentazioni, per non morire di noia in casa. Una sera un accidente occorso alla rappresentazione, diè il trabocco alla bilancia della vita di Nina. La donna che doveva rappresentare la parte di fata, al quinto atto, era giunta sul palco scenico così ubbriaca da non reggersi in piedi. Come riparare? Il direttore del Teatro si disperava. Nina, ch’era tra le quinte, s’offerse. All’alzarsi del sipario il marito fu sorpreso di vederla lì, in maglia rosata, colle gambe e colla vita nettamente disegnate, ben truccata, cogli occhi neri sottolineati da una sfumatura bleu e i capelli tutti disciolti. «Mai non l’aveva vista così nuda, così bella, così audace.» Prima che la rappresentazione finisse, Nina era sparita, portata via dalla carrozza d’uno degli spettatori del proscenio, un rappresentante del Tutto-Parigi di quella sera.

Entrò d’un colpo, vittoriosamente, nel turbinìo della vita galante. Nessuno sapeva nulla del suo passato, e questo accresceva il suo pregio e formava il suo successo. «Era una virtù, meno il pudore.»

«Lei traversava tutto quel fango senz’arrugar le ciglia sulla sua fronte di perla, senza un’ombra di rossore sulle guance. Nessun riflesso d’anima le veniva a fior di pelle.» Fu chiamata la Salamandra. I suoi amanti, che le profusero gioie, palazzi principescamente ammobigliati, vetture e cavalli, si succedettero rapidamente, come inghiottiti da un abisso. Quando la noia la prendeva, quando si sentiva tormentata da un’angoscia morbosa che la faceva soffrire fisicamente, dava delle grandi cene alle sue amiche e agli amici delle sue amiche. Il capitolo ottavo di Madame Frusquin, consagrato per intiero alla descrizione d’una d’esse, corrisponde precisamente al capitolo IV della Nana. Fermiamoci un poco.

Madama Frusquin è una vera eroina da romanzo, all’antica, nel senso più stretto della parola. Non dico che sia falsa: non c’è ipotesi così stravagante dell’imaginazione che non si trovi superata da qualcosa di più enorme nella realtà. Ma Nina è troppo eccezionale da servire all’intento dei suoi autori che ci han promesso di sollevare i veli di qualche punto oscuro della vita moderna. Ahime, anche le sue cene non differiscono dalle solite orgie che abbiamo letto tante volte in altri romanzi. Tutte quelle mantenute, tutte quelle ragazze galanti che s’affollano attorno alla sua tavola tra banchieri, principi russi, e figli di famiglia indebitati, hanno la solita fisonomia, il solito spirito, le solite procacità da ballerine in rappresentazione.

«Si era alle frutta. Un singolar disordine ingombrava la tavola: delle cataste di frutta eransi rovesciate trascinando giù il loro nido di muschio: altre frutta, sparse qua e là dalla punta capricciosa o distratta dei coltelli, formavano delle macchie rosse e verdi sul bianco lucido della tovaglia damascata. Le coppe di cristallo, i bicchieri grandi e piccoli si diradavano e s’addossavano con aggruppamenti bizzarri, con isolamenti improvvisi. Ma ciò che completava il disordine era il quadro stesso della tavola, la varietà delle attitudini, lo sporgere delle braccia all’orlo della tovaglia, le mani stracche, abbandonate o increspate, i pugni mezzo nascosti fra le trine, le carni rosee, scoperte fino alle spalle, umide e grasse. Qua e là il nero d’una manica d’uomo stinta e come impolverata dalla luce.»

Sentiamo ora lo Zola: il confronto è importante.