«Attorno la tavola, quei signori, in giubba e cravatta bianca, erano castigatissimi, coi loro visi pallidi, d’una castigatezza che la fatica affinava di più. Il vecchio aveva dei gesti lenti, un sorriso fine, come se avesse presieduto un congresso di diplomatici. Vandouvrès sembrava di essere in casa della contessa Muffat, tanto era squisitamente gentile colle sue vicine. La mattina dopo, Nana lo diceva alla sua zia: per gli uomini, non si poteva aver nulla di meglio, tutti nobili, tutti ricchi, infine della gente scicche. E quanto alle donne, esse si comportavano benissimo. Qualcuna, Bianca, Lea, Luisa, erano venute scollacciate: solo la Gaga ne mostrava forse un po' troppo, e, alla sua età, avrebbe fatto meglio a non mostrarne punto. Trovato ognuno il suo posto, le risa e le piacevolezze venivano giù. Giorgio pensava ch’egli aveva assistito a dei pranzi più allegri, in casa di borghesi a Orléans. Si conversava appena. Gli uomini, che non si conoscevano punto, si guardavano in viso, le donne restavano tranquille, ed era lì, soprattutto, la grande sorpresa di Giorgio: gli sembravano delle collegiali. Lui invece avea creduto che tutti si sarebbero abbracciati senza tante cerimonie. «Più tardi, si sbadigliava con discrezione. Di tratto in tratto, le palpebri si serravano, i visi diventavan terrosi, era una morte addirittura; come sempre, a detta di Vandouvres.»
Alla cena di Madama Frusquin, nella sala del Grand-Seize al Caffè Inglese la conversazione è su questo tono: — E il tuo Valacco? — Si è rovinato; è andato a Gerusalemme, a rifar la sua fortuna. — A Gerusalemme? Perchè? — Per fotografare la Terra Santa. — Per scavare le miniere del Golgota. — Per farsi naturalizzare ebreo e guadagnare più presto dei quattrini. — E il tuo cassiere? — Si è fatto tenore: ora fila dei suoni. — Meglio che sfilar via colla cassa. — Silenzio, signori!
Presso Nana si parla di bambini, seriamente; di ragazze da maritare, più seriamente ancora; dello Shah di Persia e dei suoi diamanti: di Vittorio Emanuele che si vociferava non andasse più all’Esposizione, e del conte di Bismarck. Pareva d’essere precisamente alla conversazione di casa Muffat: si ripetevano le stesse frasi. Poi quando lo sciampagna aveva già lavorato e i discorsi diventavano un po’ lesti, ecco Nana levarsi da tavola imbroncita. — Brava! Era una lezione! Imparasse a invitar della sporca gente! — E ce ne vuole prima che ritorni nella sala dove gl’invitati prendono il caffè.
Questi pochi riscontri danno un’idea delle due intonazioni. Ed io ho voluto accennarle per mostrare qual confronto si potrebbe istituire non solamente colla Madama Frusquin, un romanzo di quarto ordine, ma con tutti gli altri romanzi dove l’alta prostituta è idealizzata, circondata d’un’aureola che spande una luce da ribalta sulla sua carne sparsa di polvere di cipro, colorita di minio e pitturata di nero orientale.
Ciò che distingue la Nana dagli altri romanzi, dirò meglio, dalla volgarità dei romanzi di simil genere, è che lo Zola non ha tentato d’introdurre l’affetto, la passione in un mondo dove regnano sovrani il senso, lo istinto, la corruzione, il putridume. Il lettore è avvertito dalle prime pagine. Quel che l’impresario delle Variétés, Bordenave, vuol che si dica del suo teatro, è applicabile al libro o meglio alla materia del libro. La così detta vita galante è qui spogliata da ogni orpello, esposta nella sua schifosa nudità, nella sua tremenda potenza. Giacchè le creature di senso, d’istinto, di corruzione come la Nana distruggano la gioventù più bella, attacchino e rodano i cuori più generosi, avvelenino e avviliscano i caratteri più nobili e più forti. Per essere intaccati basta indugiare alcun poco ad aspirare i sentori inebrianti che scaturiscon da quel lezzo: ed ecco fortune in rovina, famiglie in dissoluzione, virtù private e pubbliche infradiciare e cascare a pezzi da ogni parte. E tutto questo senza compensi, senza godimenti proporzionati. Quelle donne non hanno che la lor carne, la trivialità trionfale, l’impudenza altiera della loro degradazione. La loro cultura è nulla, la loro grazia una posa imparaticcia che serve soltanto nelle rappresentazioni pel pubblico, il loro linguaggio una continua sconcezza da vetturali, e tutta la vita un tranello, una commedia, dove la malvagità incosciente della bestia domina sovrana e s’impone, senza tregua nè misura. Bisogna proprio ricorrere al fatto d’una degradazione suprema per ispiegarsi la malia irresistibile con cui esse impigliano e avvolgono nelle loro tele di ragno gente d’ogni età, d’ogni classe; e non occorre altro per trovar la ragione di disastri maggiori di quelli che turbano e distruggono la pace e la felicità delle famiglie e degli individui. Nè importa dire ch’esse non siano tutto; che dietro a loro viva la maggioranza della gente onesta, laboriosa, studiosa, capace delle azioni più generose, pronta, rassegnata, adusata ai più gravi sacrificii pel benessere della patria e della società. Il mondo, la vita appartengono agli audaci, ai violenti, come diceva Gesù. La sete, la vertigine dei subiti guadagni, dei godimenti materiali, delle soddisfazioni d’ogni sorta, dà, a chi n’è preso, un’attività, un coraggio, una sfrontatezza che le persone oneste e laboriose non avranno mai. L’influenza d’un’idea, d’una azione, d’una persona, non è in ragione del numero e della forza possibile, ma in ragione del suo movimento, della sua attività reale. È così che i pochi ed audaci s’impongono e sopraffanno i molti timidi o inoperosi; è così che una famiglia, una società, una nazione veggonsi spinte e trascinate lì dove non parrebbe nè giusto, nè logico che potessero mai pervenire. È la morale della Nana.
L’orgia schiamazza trionfante per tutto il libro. Leggendo, è impossibile non richiamarsi alla memoria le altre pitture della Curèe e dell’Assommoir per completar la rappresentazione dell’immensa e cancrenosa piaga sociale nascosta sotto le fastose apparenze del lusso e dei godimenti sfrenati. Alla fine, mentre il cadavere della Nana, morta imputridita dal vaiuolo, scaccia col suo puzzo dalla stanza mortuaria le amiche venute curiosamente a vederla per l’ultima volta, ecco un urlo sollevarsi dalle vie: A Berlino! A Berlino!, un urlo che somiglia al vociare scomposto di gente ubbriaca della sua stessa felicità, un urlo che mette un fremito dentro le ossa e par un grido di sinistro augurio, un profetico annunzio di disastri...
La pittura, di un’evidenza straordinaria, riman casta, lo ripeto, nella sua nuda sconcezza, casta della castità dell’arte. Nana è proprio viva, anzi esuberante di vita; le sue sensazioni, i suoi sentimenti, le sue azioni hanno un così completo organismo, che rimpetto a lei scapitan di molto le altre figure del romanzo. In fondo non è cattiva, è pervertita; è un impasto di sincerità, di malizia, di istinti che si fan contrasto, di capricci, di follìe femminili dove sussiste sempre, come in passato, la solida natura borghese. Nana giuoca alla gran dama, giuoca alla cocotte.
Quando le prende il ticchio di voler essere proprio lei, allora rimonta subito a galla la figlia di Coupeau, la ragazza fiorista della via della Goutte d’Or, allegra e leggiera come un vispo uccellino. Il suo impudore è così franco, così spontaneo, il suo vizio è così sincero, così brutale che non solletica e non contagia. La Nana dell’arte è una figura casta, come tante altre nudità di Veneri, di Ninfe esposte all’ammirazione della gente nelle pubbliche gallerie.
Ci vuol proprio tutta la mala fede di certa critica per ostinarsi a non riconoscerlo. Ma, per la critica, bisogna convenirne, il torto è un po’ dello Zola.
Gli avversarii s’armano delle teoriche dello Zola critico per ferir con esse l’opera dello Zola romanziere. Le teoriche critiche dello Zola, in alcuni punti, sono molto discutibili. Quella denominazione di romanzo sperimentale, voluta dare al romanzo moderno è, forse, infelice. Nella sua teorica artistica, per esempio, c’è un gran predominio accordato al concetto scientifico quasi a discapito della forma artistica, della vera essenza dell’arte. Fortunatamente il critico e il romanziere non funzionano nello Zola contemporaneamente. Le sue creazioni risentono poco o nulla delle teoriche del critico; ne risentono quel tanto che nessun’opera d’arte moderna può evitare, a meno che non riuscisse a produrre il gran miracolo di nascere per virtù propria fuor del tempo e dello spazio; cosa impossibile affatto. Lo Zola critico ha scatenato contro di sè fatuità letterarie ed interessi mortalmente feriti. Il suo successo ha inasprito quegli astii che prima si nascondevano sotto la affettazione della noncuranza. Oggi, si può dire, siamo alla guerra col coltello. Cominciavano già a riconoscere ch’Emilio Zola fosse uno scrittore d’ingegno, un coloritore possente, cominciavano anche ad ammettere che forse era un romanziere di razza. Oggi non è soltanto il suo ingegno che vien discusso, ma perfino la sua grammatica. Se ne consoli facilmente. Quegli stessi che gli buttano tutto questo fango sul viso, ieri, a proposito di lui, parlando del Balzac, non dicevano che i romanzi di questo avrebber qualche merito se fossero stati scritti in una lingua un po’ più vicina al francese? Ripeto: è il critico che attira sassi alla colombaia dell’artista. Non sarà inutile un qualche giorno vedere in che modo l’artista sia contraddetto, nello stesso Zola, dal critico. Contraddetto? Non è forse la parola precisa.