Mi par di vederlo rannicchiarsi ben bene nella sua cassa mortuaria, felice d’averla scappata bella, andando al mondo di là. Al suo solito strizza gli occhi, fa le smorfie, ed alza le spalle, brontolando fra gli assiti:

— E vogliono il risorgimento del teatro italiano! Spolverai, che non sono altro!

Povero vecchio! Ti stringo la mano a traverso la tua cassa da morto, come direbbe Garibaldi.

A PROPOSITO DEL DRAMMA STORICO.

Mi scrivono:

«Che le ha mai fatto quel povero dramma storico che lo vuol condannato a morte a dirittura? Perchè l’arte drammatica non potrà tentare alla sua volta le evocazioni, le risurrezioni che oggi tenta la storia? Se Shakespeare ha potuto scrivere il Giulio Cesare, il Coriolano, la Cleopatra, e tutta l’epopea della storia inglese, ci sarà vietato di mettere sulla scena il Nerone, la Messalina, e una nuova Cleopatra? Capisco, c’è una piccola difficoltà: quella di aver sotto mano uno Shakespeare che, intendendo la storia al modo moderno, sapesse infondere nei personaggi lo spiraculum vitæ... ma questo non vuol dire. Chi le assicura che un nuovo genio drammatico non sia già nato o non possa nascere? Il sì e il no, nel caso presente, sono due ipotesi che si valgono. L’affermare che un genere letterario non abbia più ragion d’essere, mi pare, scusi, un po’ troppo. D’onde riceve lei questa sua sicurezza di giudizio? Restringere tutto al poco poetico presente non è un ritagliare lo spazio nel gran regno dell’arte? Secondo il mio debole parere, in arte non è da fare questioni di generi: tragedia, dramma storico, commedia storica, commedia moderna, farsa, tutto è buono, tutto è accettabile, a patto che tutto sia vivo.

«Io son d’accordo con lei nel non patire il lirismo, la rettorica che invadono il nostro teatro. Ma sa perchè? Perchè il lirismo è perfettamente una cosa fuori di posto in drammatica; perchè la rettorica, cioè il falso ed il vuoto son cose fuor di posto dappertutto. Io arrivo anche a questo: me ne infischio della verità storica, quando trovo dei caratteri umani, dei personaggi vivi, dei sentimenti veri. Se il poeta ha bisogno d’un fantasma, d’un pretesto, e vuol andare a prestarselo dalla storia, ma padrone, padronissimo! Certamente quel fantasma avrà della realtà soltanto i tratti esteriori; si chiamerà Nerone, si chiamerà Messalina, potrebbe chiamarsi Caio, Tizio, Armando, Aroldo, con un nome classico, romantico, con un nome triviale, ma in sostanza sarà un personaggio vivo, pieno di virtù e di vizii, dominato da passioni, agitato da sentimenti elevati o vigliacchi, raggirato e violentato dalla inesorabile fatalità del suo carattere, dei suoi sentimenti, delle sue azioni, e basta (mi pare) perchè non gli s’abbia a chieder altro.

«Che la critica domandi ad alta voce dei personaggi vivi: è nel suo diritto. Non griderà mai forte abbastanza, almeno tra noi: ne convengo. Ma che faccia da tiranna, che proscriva questo o quel genere per il pretesto speciosissimo che son morti, quando, tutt’al più, non sono che addormentati, ecco, non mi va; è un eccesso dannoso. Lei dice: l’arte progredisce; l’arte lascia degli addentellati. Benissimo. Il nuovo dramma storico sarà diverso dall’antico; c’è tanti modi di esser diverso. Potrà usufruire tutte le risorse dell’arte moderna, l’esattezza storica, l’analisi psicologica, il tecnicismo con cui si ottengono i varii effetti del colorito locale: manca forse? Secondo lei, nel dramma storico, questo addentellato non esiste. Proprio? Sarei curioso di sapere che ragioni lei n’adduca.»

Rispondo al mio cortese interrogatore.

Sì, innanzi tutto, la vita. Questa è la prima, l’essenziale condizione d’un’opera d’arte di qualunque natura. Ma la vita, presa così, è un’idea astratta: c’è vita e vita. Io, per esempio, vorrei fare una prova: vorrei vedere che direbbe il pubblico, se io gli presentassi, puta caso, il Demi-monde o l’Ami des femmes un po’ camuffati alla romana o alla greca. La cosa sarebbe presto fatta, mutando i nomi dei personaggi, cambiando qualche accessorio, lasciando intatta la sostanza sotto il pallio e la toga. È innegabile: in quelle due commedie la vita c’è, la passione c’è; eppure sarei curioso di vedere ch’effetto esse farebbero sul mio cortese interrogatore. Ora il dramma storico non è altro che un’inversione al rovescio di questa. Non so persuadermi perchè si debba tollerare che si faccia a quei poveri diavoli di greci, di romani e di egiziani quello che non si tollererebbe fosse fatto a noi, gente del secolo XIX. Ma lasciamo stare.