Oh etere, che tutto irradii il mondo,
Vedete pur quanta ingiustizia io soffro!
Solidi, viventi al pari di lui sono i personaggi che lo circondano: perfino le personificazioni della Forza e del Potere non rimangono delle pure astrazioni; e l’opera d’arte si concretizza, s’organizza con tutto il vigore e il forte rigoglio della vita. Il concetto resta ecclissato, apparentemente: ma infine ci guadagna anch’esso in così grande potenza di creazione. Si può dire ch’esso risulti tanto più efficace quanto più vi perda del suo carattere astratto prendendo forma materiale e vivente. La concentrazione della virtù creativa è così meravigliosa da sembrare a prima vista che il poeta non abbia avuto altra intenzione: e può darsi che il Patin sia nel torto assai meno di quello che il Graf non creda, quando dice: l’espressione ed eloquente pittura della passione essere stata la sola verità della quale, senza dubbio, più premesse al poeta. Questo non significa tradire il còmpito della critica, nè sconoscere la natura del genio (pag. 37): significa affermare che nella vera creazione poetica la forma acquista, per l’intima legge della sua natura, un’importanza assoluta: e che il concetto astratto, se ha un valore per sè stesso fuor del mondo dell’arte, qui non può affatto assumerne uno se non come forma, come creazione vivente, come realtà poetica indipendente, libera al pari di qualunque altra creatura naturale o persona cosciente.
Ecco la condizione sine qua non dell’immortalità artistica. Eschilo vi s’è sottomesso: perciò il suo titano ha attraversato i secoli sublime di fierezza e d’ardimento, e i secoli si sono riconosciuti in lui, sentendovi gli stessi palpiti della loro vita, gli stessi fremiti del loro cuore, le stesse aspirazioni del loro spirito. Di tutti i Prometei venuti al mondo soltanto questo è immortale, perchè soltanto questo ha saputo essere una vera opera di arte, e nient’altro; e soltanto questo ci lascia nell’animo una profonda impressione che ci solleva, c’infonde coraggio e dignità e ci rende veramente uomini, quantunque non mostri aperta intenzione di voler raggiungere tale scopo.
Nei tentativi moderni, invece, il concetto astratto rompe le dighe della forma, si leva la maschera, o meglio si degna prenderne una, tanto per dar negli occhi; ma è fatica sprecata. Certamente nello Shelley, nel Quinet, nel Lipiner si trova un’idea più chiara, una coscienza più compiuta dello spirito dell’umanità e delle sue evoluzioni nella storia; ma trattandosi di opere d’arte ce n’importa ben poco. Tutte queste informi manifestazioni poetiche rimangono infatti come non avvenute. Troppo è palese in esse l’assurdità del processo con cui sono state prodotte. I loro personaggi sono vuote personificazioni, non persone; lo svolgimento dell’azione non è un movimento libero e appassionato, ma un adattamento sillogistico, arbitrario, incoerente, che spesso, per sua intima tendenza, prende la forma lirica anzi declamatoria. Intanto il Prometeo d’Eschilo, colla grande indeterminatezza del sentimento proveniente dalla perfetta determinatezza della sua forma, ci dice ancora assai più che questi suoi discendenti colla loro opposta indeterminatezza di forme e la schietta e limpida manifestazione del loro concetto. Molto è mutato da Eschilo in poi. Il Dio moderno non è più il Giove Greco. La lotta di Prometeo con questo è drammatica: Giove, anche lui, ha una personalità, potrei dire, umana. Ma quando, come nei lavori del Quinet e del Lipiner, vediamo apparire accanto a quella di Prometeo la figura di Cristo, proviamo un turbamento inevitabile: comprendiamo subito che Giove sia una parola, un vecchio concetto: e il moderno concetto di Dio non avendo nulla di comune con Prometeo, spande il freddo della sua astrattezza sulla pretesa nuova esplicazione del mito e vi rende impossibile ogni germoglio vitale.
C’è un lampo d’istinto poetico nel tentativo che il Graf esamina nelle ultime pagine del suo scritto, quello cioè di scambiare Prometeo con Satana o Lucifero, persone almeno omogenei al Dio moderno, e realtà poetiche ancora viventi, mentre Prometeo e il suo mondo son già rilegati soltanto nel regno dell’arte. Ma si sa che lo scambio sia stato uno sforzo inutile. Il Satana del Carducci, il Lucifero del Rapisardi non son riusciti a violare le leggi della Natura poetica, e son rimasti delle astrettezze; nulla di più.
Agl’ibridi sentimenti prodotti dai tentativi dello Shelley, del Quinet, nel Lipiner è preferibile quello che scaturisce dalle pagine di questo studio del Graf, un sentimento sincero, senza pretesa di forme poetiche.
«L’uomo non ha salute ormai che nella umanità, chi non crede nei destini dell’umanità, che sono i suoi propri, a che vive? Dalla storia del genere umano ha da venir fuori il pensiero della religione novella.» Il suo credo, la sua speranza, il suo ideale poetico è tutto racchiuso in queste poche parole che fanno onore al suo cuore. E si capisce facilmente come dalla contemplazione delle varie trasformazioni del mito di Prometeo si sia sentito venir fuori rinvigorito e migliore.
LEGGENDE EBRAICHE[22]
Quello che più piace in una leggenda è l’ingenuità del sentimento. La emozione fresca, quasi infantile del popolo si crea un embrione d’organismo artistico che interessa forse maggiormente d’un organismo compiuto. La funzione vitale ci si presenta nei suoi momenti elementari: possiamo studiarla, sorprendendola nelle più delicate operazioni che poi si nasconderanno sotto la densità della forma. La spontaneità, l’incoscienza dell’attività artistica dello spirito umano sono lì a nudo, sotto i nostri occhi. L’organismo si svolge dal suo nucleo cellulare con una lentezza serena, con una semplicità di mezzi e, nello stesso tempo, con una vigoria di forze crescenti di mano in mano che la vita si spieghi. Curioso spettacolo quel lavorìo di assimilazione, di trasformazione, di creazione di organi, di adattamenti di forme esteriori! Riduce, alla fine, la leggenda un organismo artistico, sempre rudimentale o, se piace meglio, primitivo ma perfettamente compiuto, e lo lascia per così dire sulla soglia dell’arte, aspettando che questa venga presa dal capriccio di raccorlo e d’elevarlo ad organismo d’ordine superiore, a creazione immortale!