E il rabbino continua a questo modo, credendo che la personificazione sia un elemento da leggenda e introducendolo accanto ai personaggi reali o imaginarii come gli angioli protettori e gli angioli del ministerio che lavansi all’onda di fuoco del fiume Rigione.

C’è un movimento bello, anzi sublime nell’ultima parte della leggenda tratta dal Commiato di Mosè. Mosè, a cui Dio ha annunziato la prossima fine, non sa rassegnarsi alla morte prima d’aver posto il piede nella terra promessa. Il gran legislatore, il confidente del Santo tenta aggrapparsi alla vita, tenta strappare al Jehova un brevissimo tempo di sosta. Che indefinito terrore dell’ignoto scaturisce da tutti quegli argomenti, da tutti quei sotterfugi ch’egli presenta al Santo per allontanare l’esecuzione della terribile sentenza!

Mosè. Fa che io non muoia, ma viva e meni l’opera dell’Eterno!

Dio. Se tu rimanessi in vita egli errerebbe per te, ti farebbero Dio e ti adorerebbero.... Sei tu più grande di Abramo che io per dieci anni ho sperimentato?

Mosè. Da lui uscì Ismaele, i cui figliuoli condurranno i tuoi a perdizione...

Dio. Ti ho io per nulla detto di uccidere l’Egiziano?

Mosè. Signore del mondo! Dammi licenza di dirti una sola cosa.

Dio. Di’.

Mosè. E tu hai pure ucciso tutti i primogeniti di Egitto. E io per un solo egiziano i’ mi morrò.

Dio. Ma sei tu forse a me somigliante? Io fo morire e risuscito.