Ma le ore son contate. D’ora in ora una voce del cielo annunzia a Mosè: tu non hai della vita di questo mondo se non quattr’ore: tu non hai di cotesta vita mondana se non tre ore. Pure Mosè insiste: Signore del mondo! Lascia che io duri a guisa d’uccello che vola ai quattro punti della terra, e coglie in terra suo vitto e bee acqua di fiume e a sera si ritorna al suo nido. E la voce del cielo torna a ripetere: O Mosè, a che ti crucci? Tu non hai di mondana vita se non mezz’ora! Quando il momento fatale è giunto, nè Gabriele, nè Michele, nè Zangariele si sentono il coraggio di staccare dal corpo la grande anima di Mosè. Samaele, che si mostra più coraggioso di essi, è abbacinato dallo splendore degli occhi del moribondo e torna a Dio senza l’anima di Mosè.

Dio. Dov’è egli? Che rechi tu?

Samaele. Non posso.

Non c’è ancora che un mezzo minuto per l’ora fatale e conviene che venga Dio stesso in persona per strappare con un bacio al corpo del suo Giusto l’anima che pregava anch’essa: Signore! lasciami qui dentro: lasciami al mio posto.

Ma questo sentimento così sublime d’un indefinito terrore della morte e del nulla, il rabbino lo riduce quasi artifiziale a furia di distinzioni, di argomentazioni, di sottigliezze, e ne diminuisce la grandiosa solennità. Perchè? Perchè lui non ha la potente energia della forma; perchè il sentimento non è così caldo in lui che si trasformi, si condensi, si riduca cosa vivente, un organismo esistente per sè stesso, libero da impacci morali e teologici.

Da questo volume si potrebbero trarre altri esempi ed altri raffronti: mi manca lo spazio per farlo. Ma quello che ho potuto accennare è sufficiente. È una prova di più, che nell’arte, in qualunque grado di forme, la sola cosa importante, la sola cosa assolutamente necessaria, è l’organismo, è la vita. Il resto c’è naturalmente, per sottinteso, e potrebbe anche non esserci: la vita giustifica tutto.

VENEZIA[23]

Non sembra una storia, ma una biografia. La meravigliosa città prende l’aspetto d’una bellissima donna, e la sua vita di secoli ci presenta tutte le attrattive del romanzo.

I.

La sua giovinezza è piena di avventure, attiva, laboriosa, una vera lotta per l’esistenza. Su quelle rive dell’Adriatico seminate d’isolette aride, pantanose, esposte all’azione roditrice delle acque, le case di legno si alzano a furia di palafitte, come nei tempi delle abitazioni lacustiche. Ingegnosi ripari di vimini e di graticci infrenano le acque, mentre da ogni parte si scavano pozzi, si rassodano fondamenta, si costruiscono scoli, si profitta del flusso e del riflusso per preparare saline e per attivare mulini, si bonificano terreni, si colmano seni paludosi dal nome funesto di tombe, si lanciano ponti da un’isoletta all’altra, e sulla spiaggia ferve ardentemente il lavoro dei costruttori di barche, dei calafati, dei marinai che si preparano alle future battaglie col mare, addestrandosi alla pesca, addomesticandosi colle onde. La nuova patria dei rifugiati di Aquilea dà i primi segni di vigore; s’organizza, si raccoglie trasportando la sede ducale nelle isole realtine; e la sua crescenza è rapida, il suo sviluppo meraviglioso.