Dal IX al XIV secolo la sua costituzione democratica fiorisce sul tronco della tradizione romana, e la Consociazione dei tribuni comincia la sua graduale trasformazione, finchè arriva ad essere il famoso Comune venetiarum: il quale prende forma visibile nel doge che maiores, mediocres et minores et magna venetorum conglobatio eliggono per la prima volta nel 697 in Eraclea. Poi sopraggiunge un pullulare di organismi minori, di tribuni, di guastaldi ducali, di giudici, di ministeriali, di decani, di ripari, di boni homines, di altre forme varie e potenti di guarentigie liberali e popolari, e tutto un arruffio di gare, e di tumultuose tragedie domestiche. Poi questo rigoglio di forze s’acqueta di mano in mano e s’ammansisce limitando i poteri ducali, infrenando i diritti del popolo facilmente sfruttati dagli arruffoni, chiudendo colla Serrata del Maggior Consiglio l’opera della sua faticosa evoluzione politica, per incominciarne un’altra di civiltà e di grandezza.

Cinque secoli d’effervescenza e d’operosità vertiginosa! I muscoli della città si sono fortificati, la mente s’è resa svelta, e la smania del godimento della vita ha già prese tutte le forme, dall’ambizione di dominio all’avidità commerciale, dai piaceri della forza alle molli delizie del lusso, dalle materiali sensazioni degli spettacoli sfarzosi alle iniziali soddisfazioni della cultura dell’intelletto. Mentre le navi veneziane s’impadroniscono del commercio orientale e riducono Costantinopoli quasi un loro emporio; mentre spingonsi nei porti del Marocco, sulle spiaggie del Mar Nero e del Mar di Azof, trafficando d’ogni cosa, perfino di schiavi; mentre il governo impone e annoda dovunque patti, trattati, convenzioni che agevolino le relazioni commerciali e assicurino ai mercanti veneti una specie di monopolio, la vita cittadina risente gli effetti dell’affluente prosperità e s’espande in feste, in tornei, in caccie di tori, in solennità d’ogni genere. Alle quali spesso s’innesta il ricordo d’un avvenimento degno di perpetuarsi nella memoria dei posteri, come la vittoria sui pirati slavi nella Festa delle Marie, la vittoria sui pirati narentani nella Festa dell’Ascensione, la vittoria sui friulani del patriarca d’Aquilea nella festa dei porci men nota delle due prime.

Le rigide matrone, i ruvidi marinai s’ammolliscono intanto al continuo contatto coll’Oriente. Nel 1071 una principessa greca aveva scandalizzato Venezia. Si lavava soltanto con acque odorose, profumava tutto il corpo, faceva raccogliere ogni mattina dai suoi schiavi la rugiada, credendo poter così mantenere più facilmente la freschezza del viso. Guanti profumati, vesti sfarzose di seta e d’oro, bastoncelli d’oro per portarsi i cibi alla bocca, raffinatezze di ogni specie; non si era mai visto fra le lagune nulla di simile. E quando la principessa greca, diventata dogaressa Selvo, morì marcita da una malattia forse prodotta dall’abuso dei profumi, la sua morte fu ritenuta una vera punizione di Dio. Ma, da lì a poco, ecco i musaici e le miniature del tempo a rivelarci che le semplici vesti antiche hanno già ceduto il posto alle foggie bizantine, alle vesti scollate tessute in oro ed in argento, con lunghissimo strascico e strette ai fianchi da un cinto d’oro, all’ampio manto ornato di zibellino, al berretto greco, splendente d’oro, ai diademi, ai manti di seta immensi pei giorni di festa. Però la vita delle donne è ancora molto ritirata e casalinga. Le fanciulle non possono prender marito prima dei vent’anni, nè mostrarsi per le vie senza aver coperto il viso da un doppio velo di seta. È un tratto dell’estrema resistenza che fa al nuovo l’antico.

II.

I giuochi rovinosi, gli amori illeciti, le bigamie, la corruzione domestica penetrano nella società veneziana appena la sua vita politica e commerciale s’assoda e s’allarga. Il Petrarca si lagna del turpiloquio e della troppa libertà del parlare per la quale in Venezia gli uomini onesti dagli infami, i dotti dagli ignoranti, i forti dai vili, i buoni dai malvagi sono impunemente vituperati...; mali inevitabili in qualunque società che non s’arresti nella barbarie dell’infanzia e varchi la soglia del gran tempio della storia. Ma già della Venezia primitiva esistono ormai pochi vestigi. Alle case di legno, soggette a frequenti incendii sono succedute da per tutto le case murate. Le popolane, basse, severe, con strette finestre a sesto acuto, senza ornamenti, senza comodi; ma quelle dei ricchi hanno due o tre piani, ampie finestre, cornici, sagome lavorate e sono ornate di stemmi, di scudi, di angioli o di puttini. La pesante mobiglia bizantina si trasforma anch’essa e adotta fogge italiane. Letti larghi, con lenzuola sino a terra, con strani padiglioni, con cupole sostenute da colonne intagliate; tappeti, coppe dorate, bacili e cucchiai d’argento, oggetti preziosi di ogni sorta splendono fra pareti dove, scrive un contemporaneo fiorentino, poco vi si vedeva altro che azzurro ed oro fino. Le chiese, i monasteri sfoggiano mosaici e colonne di porfido, di serpentino e di verde antico. San Marco diventa, come dice il Ruskin, un vasto messale alluminato, rilegato in alabastro invece che in parghemena, e il palazzo dei Dogi sorride gaiamente sotto il cielo azzurro, coi suoi mille archi acuti, coi suoi mille trafori, colle sue centinaia di colonnine, coi suoi svelti loggiati, come un palazzo creato dai gnomi in una notte per la festa nuziale d’una fata.

Si vede ancora per la città uno stato di formazione, ma di formazione avanzata. I canali s’incrociano chiusi da catene di sicurezza, fiancheggiati spesso da alberi; le vie sboccano innanzi a larghe piscine, o nei prati dove tuttavia pascolano armenti e vegetano boschetti; gli argini delle saline stendono qua e là le loro braccia in muratura, incassati fra i canali; gli aquimoli (mulini a vento) agitano le loro ruote all’azione del flusso e del riflusso; e, innanzi alle case e sui tetti, veggonsi sventolare e specchiarsi nelle acque della laguna le vele e le bandiere delle navi, le vere fattrici della veneziana grandezza.

È l’età virile: una nuova fase della felice e poderosa città. L’arte e la scienza si ricoverano all’ombra del suo libero governo. Sono aperte scuole e fondate accademie. L’architettura dà il Sammicheli, il Sansovino, il Palladio; la pittura il Bellini, il Giorgione, il Tintoretto, il Veronese; la tipografia dà Aldo. Gli orti del Manuzio a Murano, per la vaghezza dell’aiere e del sito, lioghi da ninfe e da semidei, raccolgono quanto di più eletto hanno l’erudizione e le lettere. Una chiesetta, quella di san Bartolomeo, s’apre a lezioni di filosofia dettate da patrizii in lingua latina. Le industrie producono trine meravigliose, cristalli, specchi, margheritine, vasi che sembrano d’aria condensata. Il commercio fa circolare undici milioni e sessanta mila zecchini di capitali. Il naviglio componesi di tremila bastimenti con diciassette mila uomini, di trecento con otto mila, e di quarantacinque galere di varia grandezza con undici mila marinai. Con una popolazione di 190,000 abitanti, si contano tre mila costruttori, tre mila calafati, tre mila tessitori di seta, sedici mila di panno di fustagno. Il sangue rigurgita nelle vene del gran corpo: sangue sempre nuovo v’affluisce da ogni parte d’Italia. La vita è una festa colossale, uno splendore fantastico. Ogni abitazione di patrizio è diventata un museo prezioso. Alle facciate di marmo, ricche di archi intrecciati e di colonnine spirali di suprema eleganza, corrispondono, nello interno, le splendide trabeazioni dei soffitti; le pareti rivestite di pelli conce, dorate e argentate con cuori di oro, come si chiamano i fregi e le figure impressi sopra di essi; i camini tutti fogliami, putti e sirene; le lampade di foggia orientale in rame dorato, in bronzo niellato; le suppellettili d’oro e di argento; i vasi di Murano; gli oggetti antichi trovati negli scavi, che già cominciano ad esser di moda; le immense alcove sostenute da cariatidi dorate; gl’inginocchiatoi, gli armadii, le cassepanche intagliate; i velluti, gli arazzi, i quadri dei grandi maestri; gli stipi d’avventurina, i libri con fermagli e cesellature stupendi; le maioliche, le coppe, i piatti in ismalto a rilievo; la profusione delle gemme.

Ogni avvenimento della vita privata, matrimonii, battesimi, funerali, dà facile pretesto a grandi sfoggi d’ogni maniera. Il corredo della sposa ha per lo meno una dozzina di vesti di velluto, di broccato, di raso, e un’infinità di ricche cose. I gondolieri che l’accompagnano alla chiesa debbono portar le calze rosse, se non vogliono esser fischiati dagli altri barcaiuoli. Damaschi, tappeti alle finestre, servidori in livree tutte oro ed argento; spari di mortaretti, un corteo di più di trecento persone, banchetto in piatti di oro ed argento, profusioni di regali, rappresentazioni teatrali, balli, tornei. La stessa cosa nei battesimi. La morte perde la sua tristezza in mezzo all’ondeggiare dei paliotti delle Scuole che precedono il corteo e dei gonfaloni della Scuola alla quale appartiene il defunto, tra la ricchezza degli apparati sacri, col cadavere vestito di panno d’oro portato sulla bara da otto persone, e una folla di popolo variopinta, curiosamente accalcata nella piazza di San Marco e lungo Rialto. Il cadavere del Doge rimane esposto tre giorni, guardato da due nobili vestiti in rosso e dai canonici di San Marco. Pel doge Loredano suonano a mortorio tutte le campane della città, si chiudono le botteghe, e i gentiluomini di guardia diventano ventidue: centodicianove gonfaloni precedono la bara seguita dai patrizii, dai magistrati, da marinai, da famigli, da un popolo intiero.

Si moltiplicano i festini e i conviti, e vanno famosi per l’Europa. Ai festini intervengono dei cardinali che ballano anch’essi il cappello, una specie di contraddanza. Nei conviti espongonsi sulle credenze argenterie del valore di 5000 ducati. I piatti si servono preceduti da servitori con torcie; il pane, le ostriche, fin le candele sono dorate. Le sale da pranzo vengono ornate di piante odorifere e d’acquarii. Dai rami delle piante pendono canestri d’argento pieni di frutta, di lepretti, di conigli e di uccelli vivi, legati con fettucce di seta. La fantasia dei cuochi si sbizzarisce non solamente nel condire ma nel foggiare le vivande. Le insalate han forma di castelli, colle torri di rape e colle mura di limoni, di fette di prosciutto, di suoli di capperi, di olive, di arenghe e di caviale, tutte ornate di fiori. Le paste di marzapane han forma di statue o di draghi. I pavoni arrosto vengono serviti coperti delle loro splendide penne, colle code a ruota e con nastri e confetti dorati pendenti dal collo. Enrico III riceve nelle stanze del Consiglio dei Dieci una colazione ove le tovaglie, le salviette, i piatti, i coltelli, le forchette, il pane, ogni cosa è di zucchero e imitata così al naturale che l’occhio n’è ingannato. E al lusso della tavola e delle feste fa riscontro quello delle vesti e degli ornamenti. Le fogge francesi già prevalgono. La piazza di San Marco, i listoni di S. Stefano e di San Polo, nei giorni di festa e di bel sole, paiono una fantasmagorica visione di rasi, di velluti, di sete, d’oro, di gemme, di capelli biondi, di seni scoperti, di gorgiere che sormontano la testa, di strascichi immensi, di veli, di cuffie, di reticelle d’oro, d’un vasto spumeggiare di trine. Lo scomodo di non poter andare attorno senza il sostegno di due fantesche e di due cavalieri non impedisce alle signore d’adottare dei trampoli alti più di mezzo metro. La smania d’aver la capigliatura d’un biondo d’oro non si lascia scoraggiare dalla fatica che costa. La raffinatezza dei bagni diventa eccessiva: si profumano di muschio, d’aloe, di mirra, di lavanda.

Il belletto invade anche i seni; e questi son così scollacciati che un contemporaneo non capisce come le vesti non caschino giù. Per conservare la freschezza del viso s’adoperano durante la notte fette di vitello crudo tenute già immerse nel vino. E alle frenesie esteriori corrisponde il costume. Non è soltanto un’orgia veneziana, ma europea, ma quasi mondiale. L’oriente e l’occidente si mescolano in riva alle lagune con una foga turbinosa di commerci, di interessi, di godimenti. Nel 1500, la città conta 11,000 prostitute e le leggi pei delitti contro natura si moltiplicano, arrivando perfino a comminare la pena di morte. Una prescrizione del Governo ordina alle meretrici di stare alla finestra col seno scoperto per allettar gli uomini e distoglierli dall’abominevole vizio. Disordini di ogni specie accadono nelle chiese aperte fino a tarda notte. Schiave d’oriente vendonsi al pubblico incanto a San Giorgio e a Rialto, e i preti (notai, sino al 1600) stendono i contratti dove le belle circasse e le giorgiane son dichiarate sane et integre nei loro membri occulti e manifesti. Già veggonsi patrizii che non si vergognano di dare il loro storico nome a una cortigiana. Le sale dei vecchi palazzi s’aprono a balli osceni di meretrici. Il doge Pietro Mocenigo, settuagenario, dorme fra due belle levantine. La cortigiana gareggia colla gentildonna e spesso vince; la gentildonna, per non farsi sopraffare, prende le maniere della cortigiana. La pia, l’onesta Veronica Gambara chiama lo Aretino divino signore Pietro mio. Coll’Aretino, sguaiato, sboccato, sfacciato fino al cinismo, cenano in casa del Tiziano le più nobili gentildonne, fin la gentile Irene da Spilimbergo, una vera fanciulla.