Lo stesso libro mi ricorda anche Bivigliano, una villa su Val di Sieve, una volta dei Cattani di Cervino, poi dei Ginori che l’abbellirono, ed ora proprietà della famiglia Pozzolini. Quei terreni nel 1858 erano o malamente coltivati o incolti del tutto, e i boschi che li circondavano in deplorevole stato. I contadini credevano agli spiriti, alle malie. Dopo il tramonto non s’arrischiavano di passare vicino un gran sasso, a poca distanza della villa, perchè vedevan lì sotto una vecchia strega che filava. Un pero, che trovavasi più in là, li faceva tremar di paura perchè, dicevano, la notte vi sbucava un cane bianco a custodirlo. Se un giovane era affetto di pneumonite, lo credevano stregato e ricorrevano ad una pretesa strega per isfatar l’incantesimo.
Oggi Bivigliano è trasformato.
Mentre il signor Luigi Pozzolini badava a dissodare e a fertilizzare i terreni, la sua colta Signora impiantava nella villa una scuola elementare a proprie spese. Non fu facile persuadere i contadini a mandarvi i ragazzi e le ragazze; ma l’energia della signora Gesualda sormontò ogni ostacolo. Lei e le due figlie, nella primavera e nella estate, erano direttrice, maestre, tutto. Alla fine le scuole rigurgitarono di scolari e di scolare e bisognò raddoppiarle e provvederle di veri maestri e di vere maestre. Così Bivigliano non ebbe più un palmo di terreno incolto, nè un contadino analfabeta.
Nel novembre del 1877 incontrai a Napoli la signora Siciliani col marito, il professor Pietro, tornati da poco dalle loro allegre escursioni. Lei sempre infaticabile, pronta a ricominciare, parlatrice piacevole e piena di spirito, faceva volentieri a voce tutte le descrizioni e le mille esclamazioni di meraviglia poi ripetute nei suoi bozzetti. Io non ho mai corso su e giù per una città come in quei giorni con lei: visite a chiese, a musei, al De Sanctis, al Fornari, cene allo scoglio di Frisio, tutta Napoli vista a volo di uccello: è la verità non un’iperbole.
Volevo visitare il Settembrini, e un giorno verso le quattro una carrozzella che ci riportava da non so più qual luogo, ma certamente da lontano, ci lasciava innanzi il portone della casa ove il Settembrini abitava.
A piè della scala il portinaio ci fece osservare che probabilmente il professore in quel momento andava a tavola. Non volli essere importuno; tornammo indietro. Proprio in quel momento un improvviso sbocco di sangue metteva fine al lungo martirio che fu la vita di Luigi Settembrini! Due giorni dopo, in mezzo alla folla che s’accalcava dietro il feretro del grande patriota, si notava come una singolarità una giovane signora che non sapeva frenare le sue lagrime: era la signora Siciliani.
LA RELIGIONE DELL’AVVENIRE[27]
A settantanove anni il Mamiani pubblica un volume di circa cinquecento pagine intorno il più grande problema dell’età nostra. E, quasi per accoppiare un segno della perpetua giovinezza del suo cuore a quello della durevole robustezza della sua mente, dedica il lavoro a colei che «la maggior parte del corso della vita gli ha consolato di sua bontà e bellezza, rallegrato di sue grazie native, temperato e corretto assai volte con soavità e pazienza non pareggiabile...
«Antecederà, spero, (egli conchiude) di tempo lunghissimo la mia partenza dal mondo alla tua; ma io sfido le potenze tutte della morte a levarmi dal cuore la memoria eterna di te e dei tuoi beneficii. E Dio, credo, sarà indulgente alla mia umana fralezza se io sento dentro dell’animo che io non potrei trovar pace, riposo e beatitudine in nessuna parte del cielo dove io fossi diviso e discompagnato dalla tua santa persona.»
Ma il poeta degli Idillj, che si mostra un pochino in questo madrigale della dedica, cede subito il posto al filosofo dalla parola severa.