Il libro è il testamento d’una nobile intelligenza e d’una nobilissima vita.
Il Mamiani non è stato soltanto un filosofo (che per molti vorrebbe significare un uomo assorto nello studio di astrazioni inconcludenti): è stato anche un uomo d’azione, e il suo nome trovasi mescolato a quasi tutti i grandi avvenimenti del risorgimento nazionale. Giovanissimo, fece parte del governo provvisorio quando i bolognesi insorsero contro il governo di Gregorio XVI. Fallito il tentativo, prese la via dell’esilio. Allora per giovare alla patria c’erano soltanto due modi: o buttarsi alle congiure e alle imprese ardite ma imprudenti, come fecero i Mazziniani; o servirsi delle lettere e delle scienze per fecondare e scaldare il sentimento nazionale. Il Mamiani cominciò da poeta. Voleva essere un poeta filosofo, un poeta civile. E scrisse inni cristiani in forma greca, tentativi d’ibridismo poetico che riusciron male e non lasciarono traccia. Poi si rivolse a cose più serie. Il Gioberti, il Rosmini avevano rimesso in onore gli studi filosofici; e il Mamiani, che non si sentiva attratto nè dall’ontologismo dell’uno, nè dal piscologismo dell’altro, propose una restaurazione dell’antica filosofia italiana. Tentativo anche questo che non riuscì e non lasciò traccia, perchè la speculazione filosofica ha la sua legge, il suo organismo, e i sistemi non si ricostruiscono a piacere, nè si rimettono in onore dopo la loro temporanea funzione nel mondo della scienza.
Ma in quegli anni che precessero il 48 anche la speculazione filosofica era una manifestazione patriottica. Si volevano un’arte italiana e una filosofia italiana come protesta contro lo straniero, come solenne affermazione della nostra coscienza nazionale. Infatti artisti e filosofi, quando venne il momento, lasciaron da parte i libri e diventarono uomini d’azione. Il Mamiani fu ministro di Pio IX; poi ministro della Costituente romana, finchè sperò far valere le sue idee moderate e costituzionali. Prevalso il partito repubblicano, egli si dimise. Avvenuta la restaurazione papale, riprese la via dell’esiglio e i suoi studii prediletti.
Nel 1856 rientrò nell’attività politica, e difese nel Parlamento sardo le grandi idee del Cavour dalla meschina opposizione del Brofferio e del Depretis che non capivano nulla della spedizione in Crimea. Nel 1859 era ministro della pubblica istruzione. Dopo il 1870 rappresentava la nazione italiana presso il governo greco in Atene.
Ma il suo patriottismo s’è esercitato volentieri in una sfera più elevata. Persuaso che le opere d’una nazione sono il prodotto della sua coscienza, il Mamiani ha tentato di rialzar la coscienza italiana per mezzo della speculazione filosofica. Le credenze religiose, la morale crollavano attorno a lui sotto i colpi della scienza positiva, del materialismo, dello scetticismo e del pessimismo filosofico; e i risultati pratici di tutto questo sconvolgimento intellettuale si traducevano sinistramente nell’orgia comunarda di Parigi.
Il Mamiani non disconosce gli alti diritti della scienza; ma tanta distruzione e così pronta, e la lenta e quasi impercettibile ricostruzione gli fanno spavento, «Rimossi i freni e le consolazioni intimi della fede e svigorito da ogni parte il senso morale» col problema sociale che si rizza terribile in mezzo alla società moderna, il materialismo, lo scetticismo, il pessimismo dove ci faranno approdare?
Politici e pensatori sono inquieti. La stessa scienza distruttrice mostra aver paura dell’opera sua. Lo Strauss, convertito al naturalismo materialista, parla d’una fede; l’Hartmann, dopo aver presentato, nella sua Filosofia dell’incosciente, da un lato positivo il pessimismo dello Schopenhauer, volge lo sguardo alla religione dell’avvenire e tenta indovinarne il carattere e delinearne la fisonomia. Il cattolicismo è insufficiente, dice l’Hartmann; il protestantesimo, che concede molto alle libere esigenze del pensiero, non è abbastanza largo e liberale; e poi, senza l’infallibilità cattolica, non ha base sicura. Sarà possibile una nuova religione? E prossima ed apparire? L’Hartmann conchiude: Il panteismo dovrà penetrare nella coscienza dei popoli che rappresentano la civilizzazione moderna, altrimenti il naturalismo materialista irreligioso prenderà il posto vuoto.... Invece d’una fede nella persistenza dell’individualità umana dopo la morte, fede ristretta e perniciosa, il panteismo accorda al sentimento religioso l’emozione profonda e l’alta soddisfazione di sentirsi eternamente uno col suo Dio, di modo che non ci sia separazione possibile, l’uomo essendo una manifestazione di Dio nella quale non esiste altro che Dio. La coscienza di questa persuasione è lo scopo delle aspirazioni più esaltate dei mistici, scopo ch’essi non potranno mai raggiungere finchè Dio sarà per loro una persona distinta dalla loro e separata da un immenso abisso. Solo il panteismo realizza le ardite aspirazioni dei mistici senza offendere la ragione: esso soltanto rende affatto superfluo il dialogo con Dio, che nel deismo è il meschino espediente con cui si nasconde il difetto di unità[28].
Il Mamiani invece domanda se non sia possibile salvare dal naufragio l’idea della personalità di Dio e dell’immortalità dell’anima; e risponde di sì. Le conchiusioni negative delle scienze moderne gli paiono affrettate, esorbitanti, non positivamente provate. Su quelle due solide basi gli par facile stabilire non solamente la religione avvenire, ma la religione positiva e perpetua del genere umano.
È strano però che tanto nell’Hartmann quanto nel Mamiani non si trovi tenuto nessun conto dei due principali elementi che costituiscono una religione, l’immaginazione e il sentimento. Qualunque concetto astratto, sia di Dio, sia dell’immortalità dell’anima, per penetrare nel mondo religioso ha bisogno d’essere elaborato da quelle due facoltà o forze umane, e prender forma sensibile: nè questo si fa certamente a furia di speculazioni e di sistemi. Il Cattolicismo, nella sua forma attuale, soddisfa largamente le esigenze di molte menti e di molti cuori e durerà ancora un pezzo. Il protestantesimo, colla varietà delle sue chiesuole, adempie anch’esso una propria funzione attiva, la propria missione storica come l’Hartmann direbbe. Per coloro che il materialismo, lo scetticismo, il pessimismo filosofico ha privati della primitiva ingenuità del sentimento e della fede è inutile qualunque ricostruzione sistematica e qualunque rifioritura di credenza religiosa. Sono spiriti che rimangono a mezza via, e rappresentano uno dei tanti stadii dello spirito umano, necessità naturale inevitabile, male del bene per così esprimermi; e in questo caso il bene è la scienza. Resta il popolo, la parte più larga che ha bisogno non di ragionare la sua fede e la sua morale ma di sentirla e di sentirsi trascinato a porla in atto per virtù spontanea e vigorosa della propria coscienza: resta insomma la parte che mette più paura e dà più da pensare nelle presenti condizioni sociali.
Come si comportano col popolo la filosofia e la scienza? Da un lato, distruggono arditamente; è il loro diritto, è il loro dovere di scienze. Dall’altro poi, lamentano gli effetti dell’opera loro. Il Cristo, per esempio, era pel popolo il figliuolo di Dio, il Redentore, la seconda persona della Trinità. Dio restava già una cosa troppo astratta, e il Cristo lo aveva reso uomo, sollevando così l’uomo a Dio. Tra lui e l’uomo non c’era soltanto una unione spirituale, ma sensibile, colla comunione eucaristica; e tale comunione esigeva un’anticipata purgazione dell’anima. Nel cattolicismo tutto questo non era astratto, ma vivo e parlante. Il dramma della purificazione e della comunione aveva la sua solennità, si traduceva in una serie di atti uno più significativo e più importante dell’altro, e con essi non s’acquetava la mente che non era entrata in funzione, ma l’imaginazione, il sentimento. Che ha fatto invece la scienza? Ha detto che Cristo non fu Dio: ha ridotto il predicatore di Nazaret alle proposizioni d’un’allucinato; distruggendo l’idea della colpa originale, ha distrutto l’illusione della necessità del mediatore. Non più comunione di sorta, quindi non più necessità nè possibilità di purgazione spirituale; la leggenda travolge nella sua rovina tutto un grand’ordine di concetti morali.