Alla scienza non importa nulla che i suoi studii favoriscano o contraddicano un dato, un postulato, un domma di questa o di quella delle religioni viventi. Non si dà pensiero se antiche tradizioni, se sentimenti radicati nella coscienza e ridotti la coscienza stessa vengano scossi, turbati e sto per dire violati dalla sua elevata indifferenza. Questa indifferenza, o meglio, questa imparzialità è la sua forza. Rimpetto a lei il rozzo culto dei Papuasi, le metafisiche concezioni indiane, i nobili dommi del cristianesimo si equivalgono, per la loro comune qualità di fatti. Non già perchè essa li giudichi di ugual valore, ma perchè sono dei fatti ugualmente degni di attenzione e di studio. Anche nelle religioni la teorica positiva e naturalistica delle forme ha trovato la sua giusta applicazione. Per la scienza, le religioni si seguono ma non si somigliano. La loro vita, la loro successione è un elevarsi di forme, un perfezionarsi di organismi; forme ed organismi c’hanno la loro intima legge per la quale essi sono quelli che sono e non avrebbero potuto essere altrimenti.
Lo studio di tale processione di forme, lo scoprimento di tali intime leggi mettono la scienza fuor di qualunque interesse che non sia la verità scientifica assoluta. Non la salvano però dai furori irragionevoli dei credenti e dei miscredenti. Considerare la religione come un fatto puramente umano, un fatto psicologico del quale possano rintracciarsi la storia, l’evoluzione e determinare le leggi è il colmo dell’empietà per coloro che credono alla rivelazione divina, diretta, immediata dei dommi religiosi. Considerare la religione come qualcosa di reale, d’essenzialmente umano, di nobilmente superiore nelle sfere del pensiero, qualcosa d’intimo, d’organico del nostro spirito e non una interessata speculazione della volpina malizia sacerdotale è il colmo dell’assurdo per tutti gli altri che si fermano alla superficie delle cose e mettono una sentimentalità di diverso genere nel loro criterio irreligioso, una sentimentalità borghesamente ridicola di volteriani in ritardo. Ma la scienza non si cura di questi suoi avversarii e procede cauta e serena.
Il libro I destini umani dell’avv. Caivano è un’opera ibrida. Non è intieramente religioso, cioè non appartiene alla teologia di una religione qualunque; non è intieramente scientifico, ciò non procede col metodo positivo nello studio dei fatti religiosi e delle leggi che li governano. Ha un po’ del sentimento superficiale volteriano nell’accordare una parte prevalente all’azione delle furberie dei sacerdoti nella formazione delle religioni; ha molto del mistico nell’accettare come dottrine solide e vere le credenze indiane rinnovate ai nostri giorni dallo Swedemborg e dagli spiritisti intorno alla rincarnazione delle anime.
«Accanto all’intimo sentimento dell’esistenza di Dio, di un Essere per eccellenza che tutto regge e governa, noi troviamo pure nel fondo della nostra coscienza il sentimento compagno della nostra propria esistenza: il quale ci avverte che i nostri destini furono strettamente legati a quelli del sommo fattore, da cui insieme all’essere ne vennero largiti e che, come quelli, esser debbono necessariamente sublimi ed immortali.» Sono le prime righe del libro, ed hanno un’intonazione tutt’altro che scientifica; contengono quasi più affermazioni vaghe e gratuite che non abbiano parole. La coscienza umana, pel signor Caivano, è ancora qualcosa di naturale, di fondamentale, non qualcosa che si sia venuta formando, esplicando, con lento lavorìo dell’eredità della razza, non qualcosa che si vada formando ed esplicando tuttavia e che bisogni oggi piuttosto interrogare nella sua attuazione scientifica e non nel suo stato popolare ch’è quanto dire basso e primitivo. Che cosa significano quei destini largiti dal Creatore che debbono essere necessariamente sublimi ed immortali? Qual’è la ragione scientifica di tale necessaria immortalità? Accenno questo per mostrare il carattere ibrido del libro.
Il signor Caivano ha il concetto moderno dell’organismo delle religioni, ma lo avviluppa tra le nebbie del suo misticismo, e lo rende appena riconoscibile. C’è, secondo lui, un verbo religioso, che nel corso dei secoli si è rivelato agli uomini per mezzo di apostoli e messaggieri; ma la setta sacerdotale, per fini di dominio e d’avarizia, lo ha sempre falsato e adulterato. Questo suo libro è destinato a far pienamente conoscere e distinguere la pura voce della religione dall’assordante, multiforme, invereconda ciarlataneria sacerdotale. Perciò egli traccia, dal suo punto di vista, un rapido quadro della storia delle religioni, dalla braminica fino alla cattolica, assegnando sempre una ragione piccola e superficiale all’organizzarsi delle varie dottrine religiose, all’esplicarsi dei riti. È un uomo pieno di sdegno e d’orrore contro le infamie sacerdotali, un entusiasta, un neofito quando parla di quella ch’egli crede la vera verità religiosa. Non gli passa per la mente che tutte le religioni siano e debbano essere scientificamente false, perchè tale è la loro essenza; non gli passa pel capo che, vice-versa, sono tanto più false, come religioni, quanto sono più vicine alla verità.
Pel signor Caivano, il Cristo non è un Dio: ed eccolo qui d’accordo colla scienza moderna. È un uomo? Sì e no. «È un uomo di lassù, egli risponde, che ha percorso tutto il lungo periodo delle incarnazioni mortali e pervenuto alle regioni superiori del creato, là dove non si muove — là dove facoltà è concessa ad ogni anima di vestire e svestirsi a suo talento dalle spoglie mortali di quei mondi inferiori, nei quali a portar la luce della verità la sua carità lo spinge.» (pagina 218). Le sue conchiusioni sono: che la vera voce della religione, quella sempre costantemente la stessa, che unicamente era informata alle pure rivelazioni dell’umana coscienza e dei celesti Messaggieri del Divino Verbo, ci presenta la dottrina della trasmigrazione e del continuo progresso dell’anima, come unica soluzione del gran problema dei destini umani. Come vede benissimo il lettore, nuotiamo entro il più schietto swedemborgismo.
Parlando del libro del Mamiani La religione dell’avvenire io dissi che le religioni non si fanno a furia di riflessione come pareva intendesse il filosofo pesarese, ed accennai allo spiritismo, allo swedemborgismo come ad una delle possibili forme religiose dell’avvenire. Queste dottrine che svincolano la religione dalle pastoie del culto e del rito e la ravvicinano sempre più alla pura speculazione filosofica serpeggiano da parecchi anni anche in Italia e cominciano a produrvi un movimento del quale il libro del signor Caivano potrebbe dirsi una specie di manifesto. Per ora trattasi d’una minoranza impercettibile, che vive nascosta, che non è chiesa. Però è attiva, lavora assiduamente alla propagazione delle sue dottrine: ha avuto perfino un apposito giornale. La traduzione italiana di alcune opere dello Swedemborg stampate a spese della società swedemborgiana di Londra ne ha diffuso il movimento e vi ha impresso una certa forza, specialmente nel Piemonte e nelle provincie meridionali. È un sintomo di risveglio religioso? È l’attività di un alto sentimento umano che si mette a funzionare nelle sfere della nostra società ove la schietta verità scientifica non potrà mai farsi strada?
Veramente non è da libri della natura di questi Destini umani che dovrebbe venir rappresentata in Italia la scienza delle religioni così fiorente in Germania, in Francia, in Inghilterra. Ma io credo che verrà la nostra volta anche in questo genere di studii, come è già venuta da un pezzo per gli altri rami dello scibile. La nazione che ha sciolto con tanta sapienza pratica il più complicato dei problemi religiosi moderni non potrà rimanersene estranea alle importanti ricerche storiche e psicologiche che tentano d’investigare il problema religioso e scoprirne le leggi. Il problema religioso si complica con tutti i problemi sociali che presentano agli stati moderni i loro terribili punti interrogativi. Risolverlo scientificamente, col metodo positivo, o meglio non risolverlo ma studiarne il vero e natural processo per lasciar funzionare liberamente il sentimento religioso in armonia cogli altri sentimenti umani e in relazione coi nuovi concetti della vita e dello stato, è il modo più sicuro per non isbagliare la via. E l’Italia vi è tanto più interessata quanto più elevato è il concetto dello stato moderno che il suo colpo di genio gli ha fatto così felicemente attuare.
Intanto sforziamoci a rimaner serii e riverenti innanzi alle aspirazioni che chiudono il libro dell’avv. Caivano.
«Progredire, e sempre progredire; aspirar sempre e raggiunger sempre la vicina meta a cui si aspira: domandar sempre, e sempre ottenere senza mai poter dire a sè stesso: nulla più mi rimane a desiderare; senza mai trovare in sè un’aspirazione, un desiderio rimasto insoddisfatto... Eterno stato di continua e costante felicità, risultante da una serie infinita di felicità sempre nuove e sempre desiderate; eterna, infinita scala che giammai si lascia di ascendere e ogni gradino della quale è una nuova e desiderata gioia sempre più bella e più squisita dell’anteriore... ecco la vera vita dell’uomo; ecco qui il brillante e grandioso avvenire riserbato all’umanità! (pag. 411).