Eppure egli era certo ch'essi erano in quella camera; prima perchè li aveva visti dirigersi per quella parte e non erano altrove, poi perchè l'uscio era chiuso di dentro.
Cominciò a gridare; annunciò loro ch'erano perseguitati, che bisognava fuggire, li supplicò di aprire, di aver pietà di lui, di loro stessi; disse che il tempo stringeva, che s'udivano i passi dei loro nemici, che fra un minuto non si sarebbe più in tempo…. E, pregando con la facondia della passione, singhiozzava.
Ma l'uscio rimaneva inesorabilmente chiuso.
I passi s'avvicinarono, una porta si aprì e cinque o sei persone entrarono.
Cosa incredibile! Pietro riprese ancora coraggio, intese che bisognava dissimulare, ed ebbe la forza di nascondere il terribile turbamento.
—Non s'è trovato nessuno, disse uno che fin là non aveva parlato. Non ci rimane più che entrare lì. Apri quell'uscio.
—È inutile, rispose Pietro. Non posso, non ho la chiave; è smarrita.
È una stanza che serve da ripostiglio.
Qui un nuovo personaggio entrò in scena; era un uomo alto, imperioso, dai capelli neri, dal viso abbronzito, dall'espressione cinica e dura.
—Andiamo, Pietro, non far sciocchezze. Non mi riconosci? Apri quell'uscio.
Il vecchio trasalì e spalancò gli occhi; era il suo padrone, il principe d'Ostellio, che da tanto tempo non aveva visto.