Le conoscete le indimenticabili sensazioni di chi assiste agli ultimi istanti di qualcuno che porta via con sè la vostra gioventù e il vostro cuore?—I pianti, la tetra solennità della religione, l'angoscia suprema…..
Poco dopo il funerale giunse ad Alberto una lettera in cui l'amico gli dava le migliori notizie e le più grandi speranze. La via si apriva bella dinanzi a lui; le difficoltà non mancavano, ma un po' di fortuna e molto vigore le fanno sormontare.
Quando si trovò solo e che potè riaversi un poco dall'orribile sbalordimento di un colpo così rapido, così violento, così inaspettato, si sentì tutto invaso da un immenso dolore, calmo e durevole.
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Si sentì diverso. Dei pensieri che mai gli erano venuti li ebbe ora, nuove e più profonde voci gli si svelarono nel concerto del mondo, il suo occhio rattristato vide chiaramente molto che prima poteva solo intravedere, la sua fantasia si aumentò di una parte estraumana, ignota fino allora, la sua imaginazione prese un volo più vasto; quelle ali invisibili che tutti si sentono coloro che tentano di creare, d'improvviso se le senti più possenti—d'un tratto si risvegliò poeta.
IL VIAGGIO DEL DUCA GIORGIO
I.
Tra le nove e le nove e mezzo tutti gli invitati si accomiatarono l'un dopo l'altro e il duca rimase solo con Tibaldo, il suo intimo amico. Questo amico dal nome shaksperiano era un giovane di origine mezzo asiatica, dalla tinta olivastra, dai capelli neri, dai lineamenti irregolari ma espressivi e dal corpo esile, che per una singolare comunanza di gusti e d'idee insieme ad una certa facilità nel piegare alla volontà del più fermo, per la versatilità del suo ingegno, per la passione irreprimibile che lo spingeva verso i capolavori dell'arte e verso tutte le cose belle in generale, era diventato l'assiduo compagno del duca e—sebbene non del tutto—meglio di qualunque altro si poteva vantare di conoscerlo.
Nella sua casa ai Champs Elysées dove il duca viveva solo, ma dove si vedeva circondato a suo cenno ed a sua scelta dalla società più alta o dalla più intelligente—o dalla più divertente—(dalla migliore insomma in qualunque senso si voglia prendere la parola)—vi era stato gran pranzo quella sera. Questa volta egli aveva riunito alla sua tavola una decina d'uomini soltanto, tutti celebri o vicino ad esserlo per motivi più o meno futili o meritevoli; ad un gran pranzo, se si badasse alla sontuosità della mensa, alla raffinata squisitezza dei cibi; ad un pranzo molto intimo, se invece al discernimento con cui si era fatto l'invito. La sala da pranzo era di un lusso severo, incomprensibile per qualunque arricchito da ieri; il legno di quercia, gli ornamenti in bronzo, il cuoio di Cordova, vero; le cesellature inapprezzabili al punto di vista artistico, dove le dorature avevano una parte squisitamente sobria; le alte credenze massiccie abbastanza per sostenere il peso degli enormi piatti, dei cristalli eleganti, dei vasi ingenti di ogni sorta che le coprivano, il tappeto turco dai colori vivaci—formavano un insieme assai armonioso, ma un po' triste ed oscuro. A questo contrastava la tavola che nel mezzo della vasta sala, coperta da una magnifica tovaglia di Fiandra, tutta scintillante di cristalli e d'argento, rallegrata dai fiori e illuminata da quattro candelabri simili a mazzi di luce, ravvivava tutto intorno a sè e rendeva simpatica la severità delle pareti. Il pranzo era stato lungo, non essendo dappertutto seguita la moda di pranzare come se la locomotiva vi aspetti per partire, i piatti contenenti gli ultimi risultati dell'arte gastronomica avevano girato e rigirato, i bicchieri di Boemia avevano tinte le loro faccette talora del color del rubino, talora di quello del topazio a infinite riprese; la conversazione era stata svariatissima, persino seria talvolta. Come si usa in simili casi, si eran sfiorati quasi tutti gli argomenti possibili ed impossibili; ma verso la fine l'anfitrione era rimasto un po' sopra pensiero, come gli accadeva talvolta.
Dalla sala sontuosa adiacente a quella da pranzo, i due amici rimasti soli passarono nell'appartamento privato, composto di tre stanze: una da letto, un gabinetto per vestirsi ed uno studio. Entrarono in quest'ultimo. Era una stanza molto alta in proporzione della sua grandezza, dalle pareti e dalla volta ricoperte di velluto celeste, circondata su tutti gli angoli da una cornice nera intrecciata che seguendo poi l'arco della vôlta si riuniva nel mezzo al punto più alto in un rosone. Due pareti erano ornate da quattro magnifici dipinti di maestri della scuola Veneta; una larga finestra s'apriva sulla terza parete e su quella del fondo ammiravasi uno specchio circondato da una cornice in legno nero scolpita di un magnifico disegno barocco; sotto a questo un camino in marmo nero con un gran fuoco, una scrivania coperta di libri e carte, una libreria d'ebano intarsiato d'avorio, dei mobili di velluto celeste, bassi, soffici, orientali, una gran tavola coperta di mille ninnoli, di fiori, di miniature; qua e là qualche bronzo squisitamente elegante, in un angolo un ingente vaso del Giappone dal quale uscivano le foglie smisurate di una begonia rara, autorizzata dalla temperatura da serra, sul suolo un tappeto persiano, soffice come un prato a primavera…..