Così soliloquizzava l'amico Tibaldo.

E non aveva torto. Egli aveva creduto fermamente che la prova tentata da Westford sarebbe fallita, e si aspettava di vederlo tornare in capo a un mese. Sette invece ne erano passati, e non solamente Giorgio non tornava, ma non scriveva nemmeno più. Ciò provava chiaramente a Tibaldo che il suo amico si divertiva; se si fosse annoiato, avrebbe scritto. E non impediva del resto che se qualcuno gli domandasse nuove del duca, Tibaldo prendesse un'aria d'importanza e desse delle risposte sibilline e oracolari, poco soddisfacenti, ma di uno che sa tutto e non vuol dir nulla. Intanto egli stesso si perdeva in vane congetture.

Egli pensò che Giorgio girasse le montagne in cerca di emozioni, che avesse organizzato qualche caccia di nuovo genere, che si fosse dato agli studi scientifici, che facesse delle indagini storiche sulla Inquisizione, che stesse raccogliendo dei disegni del Goya, che imparasse la nobile professione del torero, che passasse le giornate intere con le castanette fra le dita, persino che si fosse implicato in qualche agitazione rivoluzionaria. Gli venne anche più volte, a dire il vero, il sospetto ch'egli si fosse incapricciato di una qualche strana zingara—dalla tinta dorata, dall'occhio fosco e magnetico, e regalmente avvolta nelle sue vesti cenciose—ma egli conosceva Giorgio abbastanza per sapere che un capriccio di tal genere sarebbe stato breve, che presto sarebbe subentrata la sazietà, e che una tale avventura lo avrebbe anzi spinto più presto sulla via del ritorno.—Quale dunque, fra tutte codeste ipotesi, poteva essere la vera?—Nessuna, come sa il lettore. L'idea stravagante, inammissibile, ch'egli fosse innamorato per davvero, se gli passò come un lampo per il capo, altrettanto rapidamente sparì.

In questo non possiamo a meno di dichiarare, che Tibaldo era pienamente giustificato. Com'era possibile infatti che un giovane, il quale appena fuori dell'infanzia era stato affatto indipendente, che aveva amato ed era uscito incolume dalla battaglia, si avesse ad innamorare come un eroe da romanzo?—Difficile com'era poi e per le doti dello spirito e per la bellezza fisica—per questa specialmente! Egli ch'era vissuto, per così dire, nell'intimità dei capolavori dell'arte, egli troppo amante delle statue greche e dei quadri antichi per poter giudicare belle le signore alla moda, egli che oltre di essere stato assai fortunato in amore, aveva in casa sua tutto un harem di donne dipinte—la miglior medicina contro l'amore per chi ha occhio d'artista—egli avrebbe dovuto per innamorarsi trovare una donna bella più di tutte le donne conosciute in carne ed ossa, in marmo e in tela, appassionata come Saffo, affascinante e côlta come Aspasia. Era questo possibile?

Ah, Tibaldo, chi lo direbbe, chi lo avrebbe detto, chi lo crederà? Paquita ha bastato.—Ella non ha nè la maestà di Cleopatra, nè la bellezza di Frine, nè fascino di spirito, nè sapienza di alcuna sorta, nè ricche vesti o collane di perle, nè profilo classico, nè portamento da regina—non ha che uno sguardo di fuoco, un sorriso tutto suo, solamente suo, ed un cuore nuovo. Le sue perle non le mostra che quando ride, non stende il suo manto che quando si scioglie i capelli.—Eppure…! O fralezza umana!

Malgrado la sua riputazione, Westford non era un don Giovanni. Piaceva assai e sapeva piacere, ma non era nè attento, nè ipocrita, nè freddo abbastanza. Nella vita ordinaria era di una indolenza senza pari e di una strana indifferenza; dimenticava un appuntamento come un altro avrebbe dimenticato un debito. Si esaltava difficilmente; la bellezza non sembrava mai bella ai suoi occhi guastati. Ma, curiosa contraddizione, egli sentiva molto; dimodochè se un capriccio lo afferrava, abbastanza forte per farlo uscire dalla sua indifferenza, subito, oltre l'imaginazione, il cuore vi entrava un tantino, e tutti sanno che il cuore è un elemento contrario al successo.

Provava per Paquita una passione capricciosa, ma forte e non mai provata. Se Mefistofele gli fosse stato vicino, egli avrebbe detto come Faust: «Vedi quella fanciulla? io la voglio». La bramava intensamente, pazzamente, con una forza di cui egli stesso non si credeva capace.—Intanto viveva una vita nuova; più non si curava delle altre cose, non aveva ancor veduto l'Alhambra, non pensava più a correr pei monti in cerca di avventure, non aveva più curiosità per le opere d'arte, abbandonava i suoi amici di un giorno, tranne il cugino, non guardava più le belle signore ai balconi dei palazzi, non andava più al Prado. Ma tutti i giorni, o quasi, trovava modo di vedere Paquita, nella cui casa era altrettanto bene ricevuto dalla nonna quanto dalla nipote.

Non era necessario affermare la virtù di Paquita; bastava guardarla, per convincersi ch'ella era pura. Sebbene Westford fosse creduto un pittore, pure era in posizione sociale già un po' troppo al di sopra della loro, perchè la vecchia credesse ch'egli potesse sposare la fanciulla. Una tale idea non l'era mai passata per la testa, e lo vedeva volontieri sovente perchè non pensava che vi fosse alcun pericolo e anzi credeva che con la sua influenza potesse far decidere il cugino, e perchè era tanto buono, cortese e simpatico.

E Paquita? Ella l'amava. L'amava come si ama a diciott'anni, a Madrid. Finalmente aveva trovato quello pel quale aveva rifiutato tutti gli altri, compreso il cugino, addolorando la nonna. Ella amava la distinzione, e questa non l'aveva trovata che nel pittore Giorgio. Ben inteso che non s'illudeva e che resisteva alla passione da cui era invasa, sapendo benissimo che un bel giorno egli sarebbe partito. Pure l'amava.

Giorgio non ne dubitava, se n'era prestissimo accorto. Ma, lo ripetiamo, non era un don Giovanni, e andava già da mesi in casa della fanciulla, senza esser molto avanzato. Quel tempo gli era trascorso con una velocità sorprendente; quei mesi gli erano sembrati settimane. Non aveva un'idea ben precisa di quando era cominciato quel tempo, non sapeva del tutto quando sarebbe finito. La sua vita era chiara e limpida come il cielo che aveva sul capo, ma un forte desiderio lo rodeva.