A Paquita egli sembrava la realizzazione di un ideale lungamente atteso. Nei primi sogni dei quindici anni ella aveva travisto una figura che non aveva riscontrato che il giorno in cui Giorgio si era affacciato all'uscio. Ella era nata con un sentimento di eleganza e di distinzione tale che nessuno dei rozzi pretendenti che le si erano presentati avevano potuto piacerle. All'istesso tempo ella non gettava mai uno sguardo agli eleganti vestiti alla parigina, che incontrava al passeggio della domenica, perchè la nonna, sapendo da che parte stessero i pericoli, li aveva tutti mostrati sotto l'aspetto di canaglia ben vestita e di seduttori infami. In Giorgio trovava ciò che in quelli che la corteggiavano mancava, senza che fosse nella categoria proibita. Allo stesso tempo però non si faceva alcuna illusione e cercava di soffocare la passione nascente.
Vi era in lei molta di quella fierezza spagnola che in quel paese si riscontra spesso anche nelle classi meno elevate. Senza avere alcuna delle vane affettazioni di convenienza tanto comuni in questo secolo stranamente morale, vi era in lei la purezza della donna sicura di sè. Non le sembrava possibile di poter essere mai di altri che dell'uomo che l'avrebbe amata profondamente e che le avrebbe dato tutto quello che possedeva. Ella rideva volontieri di tutto, non si scandalizzava facilmente, non teneva gli occhi bassi, non portava il velo sul viso, non si turava ad ogni momento le orecchie, non arrossiva tutti i cinque minuti; ma per lei diventare la favorita di un re era abbassarsi quanto per una figlia di re sposare un poeta.
Westford capì subito dunque che il partito cui si sarebbe appigliato un Lovelace qualunque, di svelarle il suo vero nome, far scorrere su di lei un torrente di diamanti e offrirle un palazzo principesco, era precisamente il peggiore di tutti. Per quanto ciò gli ripugnasse un poco, era necessario continuare a fingere e tentare di alimentare sempre più l'amore che aveva già inspirato, sembrandogli, e giustamente, che se fosse possibile vincere, la vittoria non gli poteva essere accordata che dal piccolo Dio dagli occhi bendati, i cui strali qualche volta rendono le sue vittime cieche quanto lui. Quando considerava pacatamente la sua condotta e comprendeva a cosa veniva spinto, la sua coscienza protestava contro il suo progetto, il rimorso lo assaliva e prendeva i più fermi proponimenti di lasciare ogni cosa, di partire all'indomani, di essere forte e generoso. Ma quando la vedeva, restava. Cercava di persuadersi che questo amore in fine non era che un capriccio e nulla più, che se avesse avuto il coraggio di troncare e partire, dopo un mese non se ne sarebbe forse più ricordato, ed ora si sentiva il bisogno di tornare alla sua vita solita, come prima si era sentito quello di cambiarla; aveva le stesse aspirazioni verso le noie parigine, che prima aveva avuto verso la libertà dell'incognito, e cominciava davvero a pentirsi di aver posto il suo piano in esecuzione. Ma come prevedere una così strana cosa, ch'egli avesse ad amare veramente? Stupiva di sè stesso quanto avrebbe stupito Tibaldo. Talvolta ne rideva. Intanto continuava a decidere tutte le mattine di partire, ma se vedeva Paquita nella giornata, decideva di restare.
Ed ogni giorno s'innamorava di più perchè ogni giorno capiva più chiaramente di essere amato. Ella tentava di fingere ancora, ma dissimulava con la sublime disadattaggine della passione, e quando la sua bocca taceva o negava, lo sguardo, il gesto, il sorriso, tutto affermava; ogni cosa la tradiva, l'amore traspariva da ogni suo movimento. Vi era in lei quella stanchezza derivante dalla lotta con la passione che invade, la sua voce si raddolciva sempre più, la sua mano pareva accarezzare qualunque cosa toccasse, il suo velo sembrava cascarle sul viso in pieghe più molli.
Giorgio la vedeva spessissimo; la sua vita si era fatta monotona e calma; il suo tempo si divideva in due parti; quello in cui la vedeva e quello in cui non la vedeva; questo era la tenebra, il nulla; quello era la vita. La nonna era però quasi sempre presente, ed essi non si erano mai confessato completamente i loro sentimenti; ma in ambedue il labbro solo taceva. Essi erano avvolti da quell'aura profumata e inebriante, sembravano circondati da quel nimbo luminoso con cui l'amore corona la gioventù e la bellezza nell'esordio della passione, il loro silenzio era di una eloquenza strascinante, un fluido magnetico passava nei loro sguardi; e quando si toccavano la mano non dubitavano più.
Qualche volta, spesso anzi, il duca pensava, quanto i suoi amici avrebbero riso dei suoi scrupoli. Evocava l'ombra dei Lauzun e dei Richelieu; accusava sè stesso di essere, quanto un poeta qualunque, affetto dalla malattia del secolo, che snerva, che ammollisce, che rende tenero e indeciso. Pensava a mille modi per ottenerla, non rifuggiva davanti a nulla, gli sembrava ridicolo di non osare, pensava quanti non sarebbero stati per un sol momento nemmeno toccati dai rimorsi che lo arrestavano. Altre volte invece temeva, si accusava, disperava, voleva partire, giurava a sè stesso di non aver nulla da rimproverarsi. Essi si amavano, senza quasi esserselo detto, come due fanciulli; vedendoli insieme sembrava impossibile che l'amore non li avesse a riunire.
Quando la nonna era nella stanza vicina e che essi si trovavano soli nella povera cameretta di Paquita, allora che il duca di Westford, l'uomo alla moda, l'impareggiabile, l'inimitabile, sembrava uno scolaro, quando i loro sguardi s'incontravano ogni volta che si sfuggivano, quando le mani si univano involontarie, quando la sedia di Giorgio come inavvertitamente si avvicinava a poco a poco a quella della fanciulla, quando le labbra pronunziavano una parola e l'orecchio ne udiva un'altra, quando il loro silenzio li tradiva ed il cuore palpitava, erano una di quelle imagini come ben di rado si presentano tanto vaghe alla fantasia dell'artista.—La modesta cameretta sorrideva, rallegrata dal raggio di sole vivissimo che, penetrando dalla finestra, illuminava quelle due teste che pendevano l'una verso l'altra; i vecchi mobili, l'oscura alcova, lo specchio annerito, gli angoli rimasti nell'ombra, tutto pareva più lieto, vi era nell'aria qualcosa di fluttuante e di misterioso. Era una di quelle scene che devono costringere gli angeli stessi a sorridere, pur celando il viso purissimo fra le ali azzurre—e che i piccoli spiriti astuti, in agguato di tali cose, certo osservano con attenzione, ridendo a bassa voce di un riso sonoro, argentino, un po' beffardo, come esperti abbastanza della fralezza umana per sapere quanto siano inutili certi proponimenti. Gli augeletti che cantavano dal loro nido della gronda, sembravano irridere al loro turbamento, l'aura estiva susurrava negli alberi che a lor volta parevano dir loro: «noi ci abbandoniamo alle ondulazioni che il vento c'imprime, perchè volete resistere?»
VII.
Una domenica, il duca, Paquita, la nonna, il cugino e qualche amico passeggiavano e prendevano il fresco in un vasto recinto, mezzo giardino, mezzo orto, appartenente ad un giardiniere, loro conoscente. Il sole tramontava incendiando l'orizzonte di una luce purpurea, il riflesso chiarissimo di un caldo crepuscolo cominciava già ad invadere una parte del cielo, i fiori lasciavano cadere languidamente le loro teste, gli alberi si agitavano lentamente, mossi dall'aura vespertina—ed alla dolce malinconia di quell'ora contrastavano, ma non contraddicevano, le risa fragorose degli allegri crocchi e i giuochi delle fanciulle che correvano spensieratamente sull'erba del prato.
Paquita saltava come le altre, ma non vi era nei suoi movimenti la franca allegria, la spensieratezza abituale, e di tanto in tanto rivolgeva il suo occhio bruno verso Giorgio, il quale appoggiato contro una pianta, nell'ombra, non era osservato e gioiva di essere però veduto da lei. Mille pensieri gli si agitavano in folla nella mente; non era mai stato tanto turbato, cambiava ad ogni istante di decisione; voleva partire all'indomani, voleva rapirla, voleva dirle tutto, almeno chiedere il suo amore. Ogni partito gli sembrava il peggiore; sapeva solo che quella povera fanciulla, di cui qualche mese prima ignorava persino l'esistenza, esercitava ora su di lui uno strano potere. Correndo, ella gli passò vicino ed egli allora quasi involontariamente pronunziò il suo nome.