Giorgio si era accorto di essersi sbagliato credendo che l'amore non esistesse più per lui. Non gl'importò più nulla di non poter realizzare le fantasie dei pittori: la semplice fanciulla di Madrid aveva compito ciò di cui le donne più seducenti sarebbero state incapaci, aveva fatto battere il cuore di quel giovane che tutto sdegnava e che da nulla era commosso. Ora era davvero contento del suo viaggio.

La duchessa di Westford rimane un tipo di gran signora, piacente, simpatica, piena di doti e di qualità. Ma molti sanno ch'ella prima non si chiamava che Paquita. Giorgio, approfittando della sua elegante impunità, non ne fa mistero alcuno. Nessuna è più elegante, più bella di lei in publico. Se l'avete veduta al ballo, in teatro, alle corse, certo l'avrete ammirata e in tal caso sarete contenti di sapere la sua storia. E avrete veduto che quella donna, così gran signora in tutti i suoi movimenti, in ogni parte della sua acconciatura, si appoggia con orgoglio e con un'aria di suprema distinzione al braccio del duca. Ma state certo che nei mesi che passano in campagna, nel vecchio castello di Westford, soli nella gran sala vicino al camino gotico, o nei lunghi giri a cavallo nel parco vastissimo e pallidamente verdeggiante, egli è sempre per la Paquita il povero pittore, venuto a studiare la maniera di Murillo, e innamorato esclusivamente del tipo spagnolo.

LA CANZONE DI WEBER

I.

Era una vecchia casa piena di memorie; grande, bruna, uniforme, coperta qua e là del verde severo dell'edera. Stava su di una piccola altura e vi si arrivava per un lungo viale, tetro ed aristocratico, fiancheggiato d'ambe le parti da piante secolari. In fondo vedevasi un gran cancello di ferro irrugginito dal tempo, che cigolava mestamente ogni volta lo si facesse girare sui malconnessi cardini. In confronto al vecchio castello feudale, le cui superbe rovine scorgevansi su di una collina lontana, la casa di cui parliamo sembrava nuova; ma se la si fosse paragonata invece alle bianche casuccie e alla moderna chiesuola del villaggio sottoposto, inspirava già un profondo rispetto. E benchè non avesse, come il castello là in alto, veduto svolgersi tra le sue mura i tenebrosi drammi del medio evo, ed a' suoi piedi passare i cavalieri vestiti di ferro, pure a molte e molte cose aveva assistito essa pure. Edificata sul finire del regno di Luigi XIV, aveva avuto tra le sue sale le magnifiche feste di quel tempo, coi marchesi dalle enormi ed arricciate parrucche, con le belle dame dal viso dipinto e dall'occhio scintillante di promesse… tutte coperte di raso e di gemme, gonfie di gonnelle e d'orgoglio. Più tardi aveva veduto le orgie della Reggenza trasportate da Parigi alla vie de château, e rammentava la cipria ed i talloni rossi dei gentiluomini e le bianche mani effeminate degli abbatini galanti.

Il soffio terribile della rivoluzione era passato sul suo capo senza abbatterla; le guerre dell'Impero l'avevano rispettata. Dopo le cene della Reggenza, aveva assistito ai bagordi del Direttorio; tra le sue mura si era udito imprecare contro il Buonaparte (come i sostenitori dell'antico stato di cose chiamavano l'imperatore), ed ora nella prima metà di questo secolo se ne stava al suo posto ancor forte ed altera, sebbene un po' mal in arnese per la noncuranza dei proprietari.

Apparteneva ai conti di Montsauron, una gran famiglia già illustre al tempo delle crociate. Ma di quella lunga stirpe, coi suoi blasoni tutti coperti d'inquartature, chi restava oramai?—un vecchietto, reliquia vivente di un'epoca trapassata, che attraverso alle scosse della rivoluzione e alle vittorie dell'imperatore aveva conservate le sue idee per intero, i suoi beni in parte, la sua cipria ai capelli, e le sue fibbie dorate alle scarpe. Non era un uomo senza ingegno, ma ostinatamente aggrappato ai suoi pregiudizi, come l'edera a una rovina, pieno di boria e dello spirito ormai rancido del suo tempo.

Ricco ancora malgrado le vicissitudini politiche, non poteva però più tenere la sua casa nello splendore di prima; ed ora la gramigna vegetava tra le pietre spezzate della corte d'onore, e le grandi terrazze e le balaustre riccamente ornate erano tutte verdeggianti di umidità. I parassiti viventi avevano finito il loro regno nell'interno ormai quieto assai, ma in compenso sulle mura esterne tutta una vegetazione parassita si arrampicava in disordine con libertà veramente rivoluzionaria.—Le grandi sale erano nude, fredde e severe. Quelle sedie della malcomoda e disgraziosa forma che si usava sotto l'Impero, quei tavoli coperti di gelido marmo bianco o venato, con le gambette ornate in alto da bocche di leone dorate, e assottigliantisi verso il basso, quei sofà dritti dritti e duri coi cuscini attaccati alle sbarre di legno con de' nastri, davano un'idea assai sconfortante e poco in relazione con le abitudini moderne. I sopraporte, di stile Pompadour, avevano nulla a che fare col resto.—Nel giardino i regolari disegni e le figure in cui erano stati foggiati gli arbusti secondo la moda d'allora, avevano ripresa completa e pazza libertà e stendevano i loro rami nella più disubbidiente licenza.

E là viveva il vecchio gentiluomo, solo con sua figlia, una fanciulla sui vent'anni, bella, alta, dal corpo elegante, dalla espressione delicata, dai lineamenti finissimi. La quale possedeva de' magnifici capelli castani chiari che alla gran luce prendevano dei riflessi impossibili a ritrarre, e due grandi occhi azzurri, pensosi e appassionati, che vi guardavano come ben pochi occhi guardano.

E tranne il curato del villaggio e di tratto in tratto qualche famiglia dei dintorni e i vecchi servitori—che si credevano un po' della casa e portavano la loro sdruscita livrea verde e oro con la fierezza con cui il loro padrone portava il costume di corte—egli non vedeva nessuno e viveva solitario con la sua Ida, la cui gioventù era come un raggio di sole che attraversasse la vecchia casa.