Era qualche mese che io non lo vedevo, quando, incontrandolo a Nizza, mi accorsi della sua insolita malinconia. Non gliene chiesi il motivo, sapendo ciò affatto inutile, essendo egli uno di quelli che parlano solo quando vogliono parlare. Ma non potevo a meno di pensarvi sovente e mi torturava il cervello per giungere a scoprire qualcosa. Tu che conosci quanto m'interessino gli studi psicologici potrai facilmente fartene una idea. Naturalmente il primo pensiero che mi venne fu ch'egli soffrisse per qualche segreta passione. Quale altro motivo poteva infatti far cadere nella malinconia un uomo di così allegro carattere e sì fattamente ricolmo di tutti i beni della fortuna, se non l'eterna sorgente delle lagrime di quaggiù—l'amore?—L'idea di un delitto, di un rimorso, non si poteva ammettere per cento ragioni. E però la mia fantasia volava nei campi del possibile ed ogni giorno mi sorgeva dinanzi agli occhi una nuova imagine di eroina pel mio romanzo. Talvolta supponeva ch'egli avesse amato una fanciulla che, uccisa da lento malore, fosse morta nelle sue braccia; tal altra che fosse stato tradito da una donna seducente, fatale.
Quanto mi sbagliava!—Una sera ch'eravamo insieme, lontano dal passeggio elegante, dalla parte del ponte del Varo, e ch'egli pareva ancor più preoccupato del solito, mi raccontò d'improvviso il motivo della sua tristezza, senza che io glielo chiedessi e quando meno me l'aspettava. Non vi era anima vivente per un lungo tratto di strada; il sole si apparecchiava a discendere nel mare, coprendo d'oro e di porpora la limpidezza del cielo, l'aria cominciava ad essere un po' meno soffocante di quel ch'era stata durante il giorno, e le parole del conte risonavano stranamente in mezzo a quella solitudine e nel silenzio della natura che stava per assopirsi:
—Bisogna che lo confessi, egli disse, e d'altronde ho subito veduto che ve ne siete accorto, una tristezza insormontabile mi penetra spesso da qualche tempo e non posso scacciarla. Capisco che quelli che lo vedono, conoscendomi da un pezzo, devono rimanerne molto stupiti; la fortuna mi ha colmato de' suoi doni, e sono per di più dotato d'un carattere facile ed allegro. Fui sempre spensierato, vivace, non ebbi mai dispiaceri e non me ne procurai. Le sfortune d'amore mi sono sconosciute.
—Davvero! risposi, io invece, pensando alla vostra malinconia subito ne accusai una passione infelice, non sapendo quale sventura vi avesse potuto colpire.
—Infatti, io non conobbi mio padre e l'unico dolore di cui mi ricordo è quello della perdita di mia madre, ma avevo solo dieci anni e a quell'età non si sente molto e si dimentica facilmente. Dopo d'allora non ebbi mai una sola nube nera sull'orizzonte della mia vita. Tutto mi sorrise sempre; gli uomini e le cose.—Ma un male terribile procurato ad un altro e di cui io fui causa, sorto senza mia precisa colpa, e per un motivo stravagante e futile mi depose un'amarezza nell'anima che, temo assai, lascierà lunga traccia di sè. La è una storia abbastanza strana.
—Raccontatela; non potete immaginare quanto m'interessate.
Egli serbò il silenzio per un momento; come assorto nei suoi pensieri, poi mi domandò:
—Non avete mai udito nominare Arnoldo D.?
—Mi par di sì, risposi. È uno scrittore, se non mi sbaglio.
—Era, dovreste dire.