La villa fu il ritrovo di una piccola società speciale, eccezionale, principalmente artistica.
Se si fossero conservati i ritratti di Emilia alle diverse epoche della sua vita, come lo si usa con le persone illustri, un fino osservatore avrebbe trovato un importante mutamento tra i suoi primi ritratti e quelli fatti dopo la sua fuga dal marito; senza parlare del carattere di volontà ferma, leggermente adombrato da una tristezza dolce che la sua fisonomia aveva preso, e di una certa piega lievissima del labbro che prima non aveva, e della sua bellezza per così dire completata—forse dall'aver saputo fare risolutamente il passo fatto—vi era un cambiamento sensibile nell'insieme della sua persona, nell'atteggiamento, nel modo di lasciar cadere le mani, nella posa della testa, nel vestirsi, e più ancora nel modo di portare ciò che vestiva. Prima la era una giovane elegante, come ve ne sono cento; si vedeva che i suoi vestiti erano della prima sarta, i suoi cappelli della prima modista, ma nulla più. Vedendola passare l'avrebbe osservata chiunque ha l'abitudine di guardare le donne che incontra per strada. Ora invece al senso elegante si era aggiunto il senso artistico, al taglio sapiente della sarta il disegno del pittore; si vedeva che alla ricerca della moda passeggiera era successa la ricerca di ciò che fosse bello per sè, di ciò che fosse meglio adatto a dar risalto al suo genere di bellezza. Allo studio dell'ornamento era subentrato lo studio della linea. Vedendola passare chiunque l'avrebbe guardata, ma un artista l'avrebbe certo seguita lungamente con lo sguardo. Elegante, nel senso volgare della parola, non lo era più, e le ragioni prosastiche non vi mancavano; era sempre vestita con una semplicità purissima e senza lusso; ma tutto quel che indossava aveva un carattere squisito. In parte il merito di questo, com'era facile indovinarlo, ricadeva sopra Alberto, il quale, sempre artista, non potendo fare dei capolavori, disegnava le pieghe armoniosamente cadenti delle vesti d'Emilia.
Qualche volta ella s'attristava volgendo indietro lo sguardo ai belli anni della sua vita di fanciulla. Si ricordava quel tempo, fuggevole quanto il resto, ma che sembra più lungo poichè lascia più durevole ricordo di sè, che passa tra la fine dell'infanzia e il principio della giovinezza, quel tempo color di rosa e d'argento quando ogni gioia è un gaudio e si chiamano dolori le piccole contrarietà. Pensava ai suoi sogni primieri, al modo con cui l'idea del matrimonio—quella magica idea che sempre riempie la mente delle giovanette—le frullava pel capo; alle amiche d'allora che non potevano più rispondere a tal nome, a sua madre, alla famiglia, alle rumorose domeniche e ai tristi lunedì, ai giochi ed agli studi, alla prima veste da ballo e al primo filo di perle. E la malinconia giungeva inevitabile, confrontando le sue aspettazioni giovanili, le promesse dell'adolescenza con la realtà presente. Passava poi col pensiero ai primi anni di matrimonio, quando le belle acconciature e le piccole galanterie banali erano il suo passatempo, quando la vanità le pareva bastevole a riempirle la vita: poi di là seguiva mestamente la china fino a quel momento, e vedeva come l'amore, che un giorno aveva negato, fosse ora diventato ad un tempo scusa, consolazione e necessità. E riflettendo come quelle che avevano tutte le apparenze della felicità, tutti gli splendori della società, fossero certo meno felici di lei, mancando spesso della vita del cuore, si consolava di tutte e capiva ch'era ancora invidiabile, purchè Alberto le rimanesse.
Ma ne era certa? Spesse volte veniva assalita da dubbi di ogni maniera; e l'idea che avesse a stancarsi di lei, ch'egli avesse ad amarne un'altra la facevano soffrire atrocemente. Se alla fine egli prendesse a noia la vita calma e monotona che conducevano, se gli venissero d'improvviso di quei bisogni di distrazione ai quali non si può resistere, se la sua gioventù si facesse impaziente di ogni freno e s'egli volesse vivere la vita giornaliera e vivace di coloro che non hanno legami? Se, cosa tristissima, egli non le stesse più vicino che per pietà; se dovesse giungere un giorno in cui l'amore si avesse a spegnere a poco a poco e ch'egli restasse al suo posto solo per un'idea di dovere, fingendo una passione che non poteva più sentire, cercando di far rivivere in fiamma ciò che si era mutato in cenere? Guardandosi nello specchio, ella pensava: «Quante ve ne sono più belle di me!» E allora si sentiva gelosa di tutte le donne che passavano sotto la sua finestra in quel momento. L'avvenire la spaventava. Quando vedeva una nube sulla fronte di Alberto o un sorriso amaro passargli sulle labbra, ella s'inquietava e credeva scorgere in quei segni passeggeri i sintomi della noia vicina. S'egli era preoccupato, il cuore di lei palpitava ansioso, poichè temeva che qualcun'altra l'avesse colpito; se talvolta egli le parlava tristamente, si rimproverava di non saperlo consolare.
Un giorno ebbe una sorpresa. Una sua amica d'infanzia, che passava per caso da Firenze, venne a trovarla. Quando l'aveva lasciata era una fanciulla di qualche anno maggiore di lei, timida, impacciata, con le mani rosse; ora la ritrovava bella, elegante, contessa, e vedova.
Emilia ne fu commossa, non rifiniva dall'abbracciare e riabbracciare la sua amica; poi le raccontò tutto, tutto quello che aveva passato e sofferto e gioito, la sua felicità presente mista alle memorie del passato e alle paure per l'avvenire. Le disse quanto Alberto fosse elevato di animo e di cuore, e come le sue qualità stesse aumentassero in lei la tema di saperlo un giorno trattenuto vicino a lei solo dalla pietà e dall'idea del dovere; parlò del suo ingegno, ch'egli negava tristamente, ma ch'ella aveva travisto col suo istinto di donna e che pure un po' le faceva paura, poichè l'ingegno ha di ogni maniera esigenze e abbisogna spesso di una vita variata e avventurosa.—«Io sono tanto al disotto di lui», ella aggiungeva.
La fu una bella giornata, quella che passarono insieme le due amiche, l'una indulgente e pietosa, l'altra riconoscente. Si raccontarono tutto a vicenda, si esortarono, si ammonirono, piansero, risero, parlando ad un tempo di cose serie e di leggere, del passato e del presente, d'amore e di vestiti. Ma la contessa doveva partire e fu forza dirsi addio.—Allora si promisero di scriversi, e spesso, e dirsi ogni cosa. «Nei dolorosi momenti avrai qualcuno cui potrai confidare le tue pene, se avrai bisogno di una mano amica in qualunque occasione, ve ne sarà una sempre stesa verso di te». Gli occhi di Emilia le si velarono involontariamente e abbracciò la sua amica con uno slancio pieno di affetto e di gratitudine.
Se qualcuno avesse potuto vederle in quel giorno o sedute vicino all'ampia finestra del salotto d'Emilia o passeggiando per li ombrosi viali del giardino, avrebbe certo veduto un bel quadro, se artista; se osservatore, uno studio difficile, poichè era arduo l'indovinare cosa fossero quelle due donne. La contessa per il modo di vestire, per la camminatura, per i gesti, per il portamento era una gran dama e nulla più, giovane, allegra, bella, distinta. L'altra invece col suo vestire modesto e artistico, con la sua fronte ove si scorgeva ch'erano passati i pensieri in copia non comune, con quell'aspetto distintissimo alla sua maniera, ma diverso assai da quello della compagna, con la quasi impercettibile distanza ch'ella stessa poneva fra loro due, sarebbe forse rimasta un enigma anche per il più arguto spettatore.
Emilia fu mesta per la partenza dell'amica, e quella breve apparizione talvolta quasi le sembrava un sogno. Pure pensava con un senso di profonda contentezza come ella, costretta a troncare ogni relazione con la propria famiglia, aveva ora almeno qualcuno cui ricorrere in una circostanza difficile, un cuore in cui gettare ciò che traboccasse dal suo.
La prima a scrivere fu la contessa. Erano già passati due mesi dal giorno in cui si erano vedute, ed Emilia, timida, non aveva osato mantenere la propria parola. Le cose fanno un effetto ben diverso a una certa distanza, ed ora che non vedeva l'occhio pieno di bontà dell'amica indulgente, che non sentiva la pressione affettuosa della sua mano, benchè fosse persuasa che le volesse bene assai, non sapeva risolversi a confidare a un foglio di carta tutto ciò che avrebbe tanto volentieri versato all'orecchio dell'amica. La contessa, forse intravedendo un po' tutto questo, si decise a scrivere per la prima; Emilia allora, incoraggita, rispose subito. Ecco la lettera: meglio di qualunque parola, può mostrare lo stato di animo in cui ella si trovava: