«Quanto sei buona, mia cara Maria, di avermi scritto per la prima. Sai, che io quasi non osava?—Lo confesso, ora che non sei qui a farmi diventare rossa con i rimproveri tuoi affettuosi; e lo faccio perchè mi conosci abbastanza per comprendere ch'era una stupida falsa vergogna (forse qualcosa di un po' diverso, ma che non ti so spiegare) e nulla più. Grazie, grazie, per tutto quello che mi dici; se sapessi quanto le tue parole mi fanno bene!…. Non credere che io abbia mai dubitato di te; tu sei troppo buona ed intelligente perchè un simile sospetto ti possa afferrare, benchè il mio silenzio mi accusi un po' in apparenza, ma il sentirmelo ripetere, con quei detti che solo l'amicizia profonda e vera sa trovare, mi riesce dolcissimo—tanto più che ne ho davvero bisogno. Sì, Maria, ho bisogno che qualcuno mi voglia bene, mi faccia coraggio! La lotta contro tutti è ben dura per una povera donna come io sono; e quando si ha concentrato tutto sopra un punto solo, quando un solo vi deve consolare di quanto avete perduto, vi deve rendere forte a proseguire il cammino in cui si è voluto avventurarsi—se un dubbio vi assale, quel dubbio basta ad avvelenarvi la vita. Oh il dubitare sempre! Oh, Maria, la certezza sarebbe meno male! So quanto gli sono inferiore, e sebbene, vada orgogliosa di esser amata da lui, sento che forse non ne sono meritevole; se dunque egli mi dicesse che è stanco di me, che ne ama un'altra, non mi rimarrebbe che a morire tutta sola nel mio angolo, ma sarebbe forse meno male che il dubbio atroce ch'egli non mi ami più e non abbia il coraggio di dirlo, che io cessando d'ispirargli amore gl'ispiri pietà, oh! questa idea è troppo crudele!…. e pure non mi vuole abbandonare. Perchè egli è buono, sai, profondamente buono, e se non mi ama, mi ha amato assai e dunque potrà dire fra sè: «Povera Emilia mia, non ti amo più, ma non te lo saprò mai dire», e avere il triste coraggio di sopportare quella tortura orribile che è la finzione in amore—senza capire che fa soffrire sè stesso inutilmente, poichè non s'inganna una donna che ama.

«Ma tu mi dirai: questi dubbi, queste paure su che cosa son fondate? Su niente. E malgrado ciò esistono e mi straziano. Vorresti negare l'istinto di donna? Abbiamo talvolta dei presentimenti che ne fanno tremare, delle superstiziose paure che non riusciamo a scuotere, ma, pur troppo, quei presentimenti si avverano quasi sempre, quelle paure lontane si fanno terribili e reali. Non ti par vero? Malgrado che scoraggito e disingannato nell'arte sua egli voglia negare il suo ingegno, pure ne ha e molto, del genio oserei quasi dire; e so anch'io che non posso bastare a riempire la sua mente di artista, che devo perdonargli le lunghe ore in cui mi accorgo di esser lontana mille miglia dal suo pensiero; ma queste, che una volta erano rare, si fanno ora di giorno in giorno più frequenti. Oh Maria, s'egli ne amasse un'altra?

«Io dissi che tutte le mie paure sono affatto prive di motivo; ed è vero, pure c'è una data nella mia mente alla quale non posso a meno di porre il principio del suo cambiamento a mio riguardo. Tre giorni dopo la tua partenza, al giovedì, eravamo alle Cascine; era tardi, il mondo elegante aveva già abbandonato i viali, e noi silenziosi guardavamo i riflessi di luna, che penetravano a stento qua e là tra le fitte foglie, rischiarando magicamente la solitudine che si era fatta intorno a noi. Io mi sentiva in uno di quei momenti, quando la poesia delle cose esterne pare filtri in noi a poco a poco, finchè ci sentiamo il cuore traboccante. Pensava al passato e all'avvenire, guardavo Alberto il cui sguardo era fisso nella semi-oscurità che ne avvolgeva; lo guardavo con inquietudine, poichè mi sembrava in uno di quei momenti di abbattimento invincibile che tanto mi spaventano, e che ora si fanno, Dio mio! ben frequenti; egli pareva ben lontano da me, ed io era gelosa de' suoi pensieri. Talvolta un sorriso triste e forzato gli passava sul labbro, uno di quei sorrisi che fanno male a vedere—e la mia idea fissa mi faceva soffrire orribilmente, l'idea ch'egli non mi ama più. D'un tratto udiamo una voce: «Alberto, Alberto!» e vediamo un giovane, che a piedi correva dietro alla nostra carrozza. Questo incidente improvviso distrasse me dai miei pensieri e svegliò Alberto dai suoi sogni—fecemmo fermare—e in un attimo lo sconosciuto era giunto alla carrozza, e appena che si furono ravvisati, Alberto e lui si strinsero le mani e si abbracciarono.

—«Da quanto tempo sei qui?

—«Da ier l'altro.

—«Ti fermi?

—«Credo di sì.

—«Verrai a trovarmi?

—«Certo. Dove stai?

Alberto gli diede il nome della villa.