—Avete ragione! egli m'interruppe. Non saprete mai il bene che fate in questo momento e quanta sarà la mia riconoscenza! Che le Muse vi benedicano!

Egli non sapeva moderare la sua gioia; cantava, rideva, diceva ogni sorta d'insulsaggini. Era perfettamente sicuro di riuscire. Parlava pazzamente di cosa avrebbe fatto quando sarebbe ricco; diceva di esser sicuro oramai di farsi veramente un nome. Io era felice nel vederlo così allegro per merito mio; gongolava a mia volta (bisogna che lo confessi) all'idea dì aver fatto una cosa che non si fa certo tutti i giorni. Pensava, che se egli guadagnasse, forse passata l'ebbrezza del momento mi annoierebbe un poco il dare una sì grossa somma ad uno che in fine non conosceva che di nome; ma d'altra parte mi sembrava di tanto in tanto assai probabile ch'egli avesse a far fiasco, malgrado la sua sicurezza.

Si giunse a Torino verso le undici, e appena scesi all'albergo egli ordinò la sua cena e disse di portargliela in camera. Ci stringemmo la mano ed egli mi disse:

—Vado a lavorare. Domattina avrete la vostra novella.

Io dormii profondamente tutta la notte essendo stanchissimo, e mi risvegliai verso le nove.

Subito corsi alla camera d'Arnoldo e ne trovai la porta spalancata. Dentro nessuno. Scesi abbasso e chiesi nuova all'albergatore del signore che era arrivato con me.

—È partito un'ora fa, circa.

—Come! è partito?

—Sì signore. Anzi…. non vorrei inquietarla, ma mi pare che gli debba essere accaduto qualcosa a quel signore.

—E perchè? chiesi io, malgrado incominciassi a sospettare la verità.