—Capirete ora la causa di questa malinconia che mi segue sempre e dovunque. È una mestizia mista al rimorso. Per una idea balzana, prodiga, ho forse per sempre offuscato un ingegno non comune e gettata nelle tenebre un'anima che splendeva nella luce. Per consolarmi posso dirmi che io non poteva prevedere una tale catastrofe e che egli era già naturalmente troppo strano perchè si possa dare alla prova fallita tutta la colpa; ma queste ragioni non mi bastano. Fu tale l'abbattimento profondo, la rabbia, il dolore di non esser riuscito a far ciò di cui si credeva sicuro e che gli assicurava la ricchezza—il sogno della sua vita—che tutte le allucinazioni della sua mente, le sue stravaganze, le conseguenze del vizio, presero il di sopra e la sua ragione svanì. Io cercai di vederlo e lo potei circa due mesi dopo il giorno fatale; ma nulla lo potè togliere dalla sua pazzia. È ordinariamente triste, abbattuto, qualche volta quasi furioso; le sue parole accennano sempre a quella notte in cui lavorava mentre io dormiva, inconscio del male che quello sforzo non riuscito doveva fare in quel cervello ammalato.
Era notte quando giungemmo alla casa di Sotowski. La luna riflettendosi nel mare calmo come fosse addormentato formava quella lunga striscia di luce tempestata di brillanti che sembra la via delle visioni; le stelle scintillavano. Io gli dissi che ora capivo tutto, lo ringraziai e gli strinsi la mano, lasciandolo forse meno preoccupato del solito, per lo sfogo avuto. Ora sappiamo la causa della mestizia profonda del conte; è strana, ma chiunque sappia cosa sia il rimorso d'aver fatto un gran male morale, anche involontario, la intenderà.
Io vidi ancora il conte molte volte ed egli non tornò più su cotesto scabroso argomento, nè io osai spingervelo. Solo un giorno, molte sere dopo quella di cui ho parlato, mi disse che poteva darmi il complemento del curioso aneddoto che mi aveva narrato.
—Lasciando D. quella sera, gli dissi che partivo per Firenze, ed egli due giorni dopo, prima che la sua sventura lo colpisse, m'indirizzò una lettera colà, che non lessi che una ventina di giorni più tardi, quando la pazzia, lo aveva già afferrato ed io sapeva la triste verità. Leggetela, ora vi potrà forse interessare; ma non ne parliamo più.
Io ubbidii e all'indomani gli restituii la lettera senza aggiunger parole; ma davvero mi aveva interessato.
«=Al conte Sigismondo Sotowski=.
Genova…..
«Non mi è possibile vedervi ancora, non lo posso! e perciò vi scrivo queste righe che indirizzo a Firenze dove vi recherete subito, com'è il vostro progetto.—Eschilo, Omero, Dante, Shakespeare e gli altri, li vedete fulgidissimi nel cielo del passato, circondati da luce eguale ed eterna? I posti sono già presi, nessuno può aggiungersi a quella schiera. Dicono: volere è potere. È falso. Io non ho potuto esser ricco, io che l'ho sempre sognato, io che avrei avuto il genio se avessi avuto il metallo, che avrei trovata la felicità se avessi fatto il racconto. Non l'ho saputo fare. Signor conte, non crediate per questo che l'ispirazione sia necessaria; è solo che il diavolo ci ha messo la coda. Se poteste immaginarvi qual è stato il furore del primo momento! ora sono molto più calmo, mi sento leggiero, stupido e tranquillo. Dalla mia finestra vedo il porto e mi pare che pochi godimenti siano quaggiù simili a quello di contare gli alberi dei bastimenti; ma è molto difficile perchè uno nasconde l'altro. Mi sembra strano che qualche giorno sia già passato: ho le idee molto più chiare del solito, ma qualche volta piango e poi rido senza un motivo preciso. Entrai dunque quella sera nella stanza dell'albergo, deciso a lavorare e sicuro di riuscirvi. Ero allegro e pieno di gioia; un mio sogno si era realizzato. Sì signore, è meglio che ve lo confessi, l'avventura che voi mi avevate procurata, io l'aveva sognata molte volte. Quando esclamavo:—se fossi milionario sarei un gran poeta! aggiungevo spesso: se qualcuno mi dicesse: scrivi qualcosa che possa restare, e domattina sarai ricco, non so cosa non sarei capace di fare!—Mi misi al tavolo e cominciai a pensare. Non avete provata mai quella strana sensazione dei pensieri che deviano per loro conto? che prendono, ribelli, la strada che vogliono? Io lo provai in quel momento. La mia immaginazione invece di rivolgersi al protagonista del racconto, nella cui persona io doveva entrare, mi faceva invece passare dinanzi agli occhi le cinquecento mila cose che sarei stato padrone di fare all'indomani coi cinquecento mila franchi, che intanto dimenticavo di guadagnare. Pensava che il mio ingegno sarebbe sbocciato, che avrei scritto un libro che avrebbe fatta la mia fortuna e in qualche anno avrebbe triplicato il mio capitale. Pensavo che finalmente i desiderii ognor repressi potevano essere soddisfatti, che le cose sempre invano vagheggiate potevano essere possedute: ch'erano miei il velluto ed il raso, i tappeti di Persia e le perle d'oriente, le cene, i viaggi, gli amori; ch'erano mie tutte le cose belle, buone ed aggradevoli che fino allora m'erano sembrate quaggiù retaggio esclusivo degl'imbecilli; che potevo viaggiare con un treno speciale come un monarca e far stampare le mie liriche su carta inargentata con dei caratteri d'oro!—Sognavo la soddisfazione, il successo, il gaudio, il compenso a tutte le miserie trascorse che l'avvenire mi preparava; mi pareva che d'un tratto il paradiso fosse divenuta cosa terrestre, mi pareva d'essere al di sopra di tutto, e un immenso orgoglio mi agitava pensando che avrei potuto fra poco vendicarmi di tutte le umiliazioni ricevute; mi vedevo, fra non molto, più ricco dei Rothschild, mi vedevo padrone di accontentare la mia prodigalità, che si sarebbe divisa in due ruscelli, d'oro e di parole, di diamanti e di rime!
«Udii così scoccare la una. Scrissi poche righe. Ripensai. Mi pareva che solo qualche minuto fosse trascorso quando i due colpi si udirono alla pendola.
«Un brivido mi passò per tutto il corpo. Mi sembrava che il tempo mi sfuggisse come una cosa che scivola tra le mani. Guardai con terrore il quinterno di carta bianco ch'era dinanzi a me. Intinsi la penna nell'inchiostro per continuare, ma le parole non venivano. Inoltre riflettevo che, prima di scrivere, era necessario entrare con lo spirito nel soggetto, pensare col protagonista. Feci uno sforzo violento ed obbligai il mio pensiero in quei limiti; ma di tanto in tanto deviava e non mi era possibile rendermi conto di quanto durasse quella deviazione.