«Scoccarono le tre. Capii che bisognava reagire, farsi forte. Era sopratutto necessario di pensare bene prima e non avere troppa premura di scrivere, altrimenti il tempo passava in tentativi scorretti e la mia mente si confondeva in febbrili sforzi. M'alzai e cominciai a passeggiare innanzi e indietro, tentando di raccogliere i miei pensieri sull'unico punto su cui dovevano riunirsi.

«Un'ora passò ancora così, e alla pendola del camino scoccarono le quattro. Allora il mio sangue freddo di nuovo mi abbandonò e fui preso da una orribile paura. Era d'uopo scrivere. Quella carta ostinatamente bianca dinanzi a me mi adirava. Cominciai risolutamente, in un modo qualunque, tanto per cominciare. Avevo scritto solo qualche riga, ma sentivo già una specie di sollievo…. Restai un istante immobile, non pensando a nulla. Ma volli poi continuare; ricominciai a pensare…. e pensai tanto lungamente che i cinque colpi suonarono alla pendola.

«Goccie fredde di sudore m'inumidirono la fronte. Mi pareva che quei colpi maledetti vibrassero l'ora della mia condanna. Una specie di tremito nervoso m'assalse; mi morsi con violenza una mano. M'alzai e passeggiai ancora in lungo e in largo per la stanza come una belva in gabbia, e ciò mi fece un po' di bene. Mi tornai a sedere più calmo—ma oramai i progetti di cosa avrei fatto con le mie ricchezze e i pensieri del mio protagonista mi brulicavano tutti insieme, confusamente nel cervello. Il tempo passava, la paura si faceva ad ogni istante più forte, cominciavo a capire che perdevo tutto, feci un tentativo supremo e scrissi una pagina intiera. La speranza rientrava lentamente nel mio cuore e mi sentiva un po' riconfortato.

«Pure, nel mentre stesso che scrivevo, mi ritornava di minuto in minuto più gagliardo e pauroso il pensiero che il tempo passava, che il lavoro era lungi dall'esser compito, che non riuscirei a compirlo. La mia penna correva velocissima, ansiosamente sulla carta; la mano mi tremava….

«D'improvviso mi accorsi che il tenue raggio biancastro dell'alba penetrava dalle imposte socchiuse e veniva a battere sul mio viso sconvolto insieme al fioco lume delle candele. Tutto era finito. Sentii una fitta tremenda al cuore e mi parve che la mia ragione si sconvolgesse. Tentai di scuotermi, pregai e imprecai nello stesso tempo. Rilessi quello che aveva scritto: nelle ultime righe mancava il senso.

«La disperazione mi colse. Io aveva perduto! Non vi era più speranza. La mano mi tremolava talmente che non avrei nemmeno potuto più tenere la penna» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Qualche giorno dopo aver scritto questa lettera egli perdeva completamente la ragione.

Ma, per carità, non dire a Sotowski che io t'ho narrato questa sua storia, perchè la vuol tenere segreta, conchiuse il mio amico.

ALLUCINAZIONE

I.