Non vi era motivo perchè alcuna cosa cambiasse in quella casa; se non che, dopo qualche tempo, tutti quelli che vi dimoravano, e specialmente Maria (chiameremo così la povera ragazza di cui abbiamo scordato il nome), si fecero inquieti sul conto del nostro protagonista; e di una inquietudine che andava tutti i giorni aumentando.

La sua vita continuava in fatti, per così dire, a stringersi e diminuire da una parte e ad aumentare ed allargarsi dall'altra. La parte del lavoro materiale si riduceva ai minimi termini, quella dell'arte prendeva vaste proporzioni. Come viveva intanto? Bisognava pensare che egli fosse riuscito a far passare a poco a poco tutto il necessario nella categoria del superfluo. Non usciva quasi più di casa, quelli che gli avevano data della musica da copiare l'aspettavano inutilmente, mentre invece il cembalo si udiva più spesso e pareva fosse toccato sotto l'impulso di una inspirazione novella. Egli non era stato in alcun modo fortunato e l'unico suo tentativo grandioso era stato un grandioso fiasco; benchè anche i suoi nemici lo avessero giudicato un giovane d'ingegno affatto speciale.

Ma egli aveva quella confidenza in sè stesso che è fortemente sicura, aveva quel coraggio che nulla può abbattere. Lo scoraggiamento momentaneo che aveva seguito la sconfitta e che si era tradotto in quel tempo in cui viveva meglio perchè copiava di più, era scemato, ed ora il coraggio riempiva di nuovo gagliardamente il suo cuore e si sentiva tutto invaso dalla speranza. Allo stesso tempo era naturale che la sua guancia, impallidentesi sempre più, le lunghe ore di reclusione cui si condannava e nelle quali soltanto pareva si dilettasse, dovessero inquietare chi lo conosceva da vicino. L'amico venne a vederlo e fu fortemente impressionato dal suo aspetto e dai discorsi scuciti che gli tenne. Egli, d'ordinario pieno di dubbii, sembrava ora tutto gonfio di superbia e parlava con sicurezza dei suoi trionfi per l'avvenire. Fece udire all'amico qualcosa delle sue ultime composizioni e questi fu afflitto dalla strana piega che il suo ingegno prendeva. Infatti, dopo alcune battute sublimi, venivano delle pagine intiere di robaccia.

È necessario, per capire ciò che raccontiamo, farsi un'idea del carattere e della vita poco felice che aveva condotto Guglielmo. La sua era di quelle nature stanche e indolenti che non vogliono lottare; non tentò nemmeno di reagire contro alla sfortuna che lo lasciava nell'isolamento e metteva il suo ingegno nell'ombra. Si rassegnò mestamente alla povertà, alla solitudine, all'incognito. La vita non gli sembrava bella abbastanza da dover far troppa fatica per giungere a goderne in un buon posto; qualunque sforzo gli pareva soverchio, inutile ogni tentativo. Giudicava l'arte talmente bella per sè stessa e fonte di gioie intime tanto intense, da parergli vano il manifestare le proprie idee, puerile persino il cercare la gloria e l'applauso. In altri momenti invece cambiava completamente, e si sentiva nell'animo una tristezza amara vedendo i suoi sogni svanire e le sue illusioni cadere inesorabilmente una dopo l'altra. Ma tali momenti erano eccezionali, e, in generale, era rassegnato alla sua sorte, e tanto serenamente che pareva contento. Quando non era costretto a lavorare e che si metteva al cembalo, col leggìo da una parte per notare le idee di mano in mano che gli venivano, egli scordava tutte le sue miserie, pareva noncurante dell'avvenire, e tutto assorto nella felicità presente non avrebbe cambiato la sua sorte con nessuno. I giorni veramente tristi erano quelli in cui il cembalo era obbligato al silenzio.

Egli fu dunque relativamente in piena felicità quando riuscì a ridurre i suoi bisogni talmente da poter dedicare quasi tutto il suo tempo all'arte e vivere così quella vita intellettuale che cominciava, come dicemmo, ad inquietare i suoi amici.

Ma pur troppo la passione della solitudine, la indifferenza per tutto, tranne che per l'arte, quel sentimento di felicità in mezzo alle miserie, quell'estasi vana e non sempre possente, cominciavano a prendere a poco a poco il carattere di una monomanìa. Vi si dovrebbe forse aggiungere la completa mancanza d'amore in cui viveva, non conoscendo alcuna donna; non vedendone alcuna, tranne Maria, che dal canto suo lo guardava anche troppo, ma di cui egli naturalmente non si curava punto.

Un'idea gli era venuta che gli pareva bellissima, vasta, nuova,—ed aveva con moltissima fede e qualche speranza incominciato questo nuovo lavoro. Era dunque indispensabile di abbandonare il resto, ed egli aveva tutto abbandonato, vivendo Dio sa come. Nulla lo arrestava, il suo coraggio paziente e calmo non conosceva ostacoli, la sua forza di volontà era invincibile. L'amico, udendo qualche cosa qua e là che gli parve sublime, e vedendo quella fermezza di propositi insieme a tanto fuoco sacro, credette per un momento che fosse davvero alla vigilia d'un capolavoro.

III.

Si accorse ben presto e dolorosamente d'essersi sbagliato. Il lavoro di Guglielmo procedeva a sbalzi, irregolarmente, falsamente; qualcuna delle sue facoltà si era affievolita qualche altra eccisivamente esaltata. L'amico si rimproverò di averlo un poco abbandonato, e benchè non fosse sempre benissimo ricevuto, ripigliò le sue visite frequenti come prima. Era stupito, e qualche volta un po' paurosamente, dell'umore variabilissimo di Guglielmo, il quale passava con la massima facilità, in un giorno, dall'orgoglio dell'assoluta confidenza alla triste spossatezza dello scoraggiamento.

Lo trovò una sera in quest'ultima fase, completamente abbattuto. Se ne stava al cembalo con la testa tra le mani ed i gomiti appoggiati alla tastiera in un'attitudine d'istupidimento morale. Non si mosse punto udendo qualcuno entrare, e non fu che dopo aver fatto uso alternativamente delle preghiere e delle minaccie, come si fa coi fanciulli, che si potè udire il suono della sua voce. Ma, rotta la diga, uscì un torrente di parole che pareva non si dovesse arrestare. Ripeteva spesso, cambiando solo di modo, le medesime idee; disse che non vi era alcuna speranza per lui, che ogni tentativo era inutile, che gli uomini e le cose, tutto gli era ostile. Cadeva in contradizione, ora malediceva l'ingiustizia umana, ora diceva che nulla gli poteva arridere, ma che lo meritava, il suo genio essendo una illusione e nulla più. L'amico riuscì a calmarlo un tantino, ma lo lasciò senza poter nascondere a sè stesso che quello stato non era certo rassicurante.