Là, con un movimento rapido, sprigionò la massa dei capelli che si sciolsero in onde luminose sulle spalle bianchissime, strappò gli uncini della veste che cadde a terra, scosse ogni velo e si guardò intorno. Riunì le braccia sopra la testa, stando dritta, coi piedi vicini e il fianco un po' sporgente, rammentando la postura della Frine dinanzi all'areopago, e sorrise, contemplandosi.
D'improvviso un fremito l'agitò—impallidì tanto da sembrare il marmo di Pigmalione che appena fatto donna ridivenisse statua, poi lentamente accosciandosi come chi si sente mancare le forze a poco a poco, cadde sulle ginocchia, frammezzo alle sue vesti, poi piegò adagio all'indietro, incrocicchiando le braccia sul seno e tirandosi addosso tutto quello che potè con un gesto d'estremo pudore.
Quel ballo, da cui la contessa si ritirò prima della fine, fu per molto tempo il principale argomento di discorso nella società elegante. Fu inoltre l'ultima volta ch'ella si mostrò in publico.—Non molto dopo ella si spense.—Nessuno ha certo dimenticato la sua morte, come nessuno ha dimenticato la sua bellezza. Morì dopo una breve e violenta malattia che i medici confessarono di non aver troppo capito. Il suo corpo venne imbalsamato. La sua fine fu misteriosa quanto la sua vita.
Ella rimase un enigma per tutti. Certo la figura di una donna così bella, così seducente e insensibile, ma tutta invasa da una passione arcana, passata come un apparizione—oggetto di stupore e di desiderio—e poi subitamente sparita, resterà lungamente impressa nella memoria di chi la conobbe.
Un giorno, in un crocchio d'amici, si parlava di lei. Chi si estasiava sulla sua bellezza, che rimarrà come un tipo inimitabile, chi tentava spiegare il problema della sua vita. Poi si venne a discutere sulla sua morte quasi più inesplicabile ancora.
—Io ne so la causa, disse un poeta. È morta di bellezza.
LA VILLA D'OSTELLIO
I.
Le abitazioni d'ogni specie, palazzi, case, castelli, tutte hanno le loro vicende, la loro storia, come gl'individui ed i popoli. Attraversano fasi di prosperità, di splendore, di decadenza e di rovina. Talora sembrano felici, talora invece portano impresso dovunque il segno della desolazione. La fortuna delle dimore segue la fortuna degli abitanti. E, dall'inevitabile azione del tempo, dall'abbandono derivano le più disparate conseguenze. Talvolta il decadimento conduce alla miseria la più squallida, tal altra mirabilmente abbellisce, e agli stupendi edifici rôsi dagli anni aggiunge una novella e diversa poesia; mentre ad alcune costruzioni, scevre d'intendimento artistico, dona un incanto che non ebbero mai. Se in qualche via deserta, mal selciata d'una città di provincia, vedete ad un tratto sorgere al vostro fianco uno di que' magnifici palazzi di stile barocco, che conservano ancora un pallido riflesso della sontuosità passata, con i suoi pesanti ornamenti spezzati qua e là, con le ricche inferriate arrugginite, con le malerbe ch'escono d'in tra le pietre e l'umido muschio che oblitera lo stemma del portone, avete di certo pensato, che nei lieti giorni della dovizia e della maestà non aveva quella bellezza vetusta che ora più d'ogni altra vi attrae e vi fa sostare. Ma se invece vi si presenta allo sguardo la elegante ed odiosa «casa di campagna» del negoziante di candele arricchito, tutta nuova e luccicante, dipinta a ghirigori giallognoli e rosa, con le persiane turchine, preceduta dal giardino «ben tenuto,» con la piccola barca ch'entra nella piccola grotta a lato del piccolo lago artificiale, non vi passerà mai per la mente che fra un secolo un poeta potrà forse fermarsi dinanzi a quel cancello e restare assorto davanti allo stupendo disordine che la natura, ritornata padrona di quell'angolo, vi avrà fatto, sostituendo alla cattiva prosa architettonica del droghiere defunto, la sua instancabile e feconda improvvisazione.
La villa di cui raccontiamo la storia, ch'è quasi una leggenda, era situata in un punto che non vogliamo troppo determinare, non lontano da Tivoli; e mentre era stata altre volte sontuosissima e splendidamente abitata, lasciata ora quasi nell'abbandono e dimora soltanto d'un vecchio domestico, aveva precisamente subìto una di codeste trasformazioni. Anticamente i principi d'Ostellio che n'erano padroni, vi conducevano la splendida vita delle villeggiature romane e vi tenevano, come suol dirsi, casa aperta; ma ora da due generazioni avevano smesso d'andarvi. Il penultimo proprietario aveva sempre vissuto fuori d'Italia, scorrendo l'Europa per missioni diplomatiche ed era morto lontano e dimentico affatto della sua villa, che già aveva molto perduto dell'antico splendore. L'ultimo poi e presente padrone, era un giovane elegante che preferiva assai le vie delle capitali e si curava della villa ancora meno del padre.