Un vecchio scienziato tedesco disse, parlando ad un amico che aveva vicino, mentre la contessa passava:

—È strano il pensare che fra poco tutta questa bellezza sparirà e che le forme superbe e l'occhio fulgente non faranno più vittime!…»

Benchè pronunciate sottovoce, queste parole giunsero all'orecchio della contessa.—-Si volse e rispose con un sorriso e una espressione inesplicabili:

—No, dottore, vi sbagliate. Finchè sarò, sarò come mi vedete adesso.

In quella notte ella sembrava molto distratta. Vi era talvolta qualche incoerenza nelle sue parole, e di tanto in tanto le passavano sulla bocca dei sorrisi pieni d'una poesia misteriosa.

Il ballo era magnifico. Fu una di quelle feste che fanno epoca e che rimangono come pietra di paragone di tutte le altre e spesso per molto tempo come l'apice inaccessibile della ricchezza e della eleganza.

Dal principio della sera la contessa non si era ancora guardata. Pareva temesse. Godeva dell'ammirazione altrui e voleva aspettare ad assicurarsi della propria. Assaporava intanto il trionfo, e l'orgoglio che la riempiva era tanto dolce che le pareva quasi difficile da sopportare.—Verso le due, al momento della cena e quando le sale si erano un poco sfollate, prese una improvvisa decisione e si diresse verso una specie di serra ch'era a lato della sala da ballo, in fondo alla quale stava un enorme specchio. Lo avvicinò lentamente, ad occhi bassi. Sembrava non osasse; finalmente alzò gli occhi.

Parve che una luce si spargesse sul suo volto e che tutta la sua figura s'irradiasse. Stette immobile per qualche minuto, assorta, incantata, con un sorriso d'estatica compiacenza.

Poi, d'improvviso, si voltò e attraversando con passo deciso i gruppi di persone che guardavano un poco attoniti, si diresse verso le sue stanze.

Giunse al gabinetto degli specchi.