Era davvero una scena che sembrava attendere il pennello d'un artista pagano quella che frequentemente aveva luogo in quelle stanze. Talora la contessa, circondata dalle sue donne, si vestiva ed acconciava lungamente, con una serietà che rammentava le dame romane, talchè un indiscreto nascosto dietro qualche tenda avrebbe potuto credersi trasportato d'improvviso ai tempi di Giovenale—tal altra invece, sola, si compiaceva voluttuosamente nello spettacolo incantevole della propria bellezza. Gettava intorno a sè le stoffe ed i veli che la coprivano ed appariva, abbagliando i suoi proprii occhi con tanta perfezione, bella come la Venere sorgente dai flutti.—-Sembrava quasi allora che un tremito misterioso agitasse le tende, che le figure dipinte sorridessero, che gli specchi sentissero l'immagine che riflettevano, quasi quelle forme scultorie dessero involontariamente la vita alle cose inanimate.
Fossimo nati ai tempi d'Aspasia o di Frine! Chè allora ne sarebbe concesso descrivere minutamente quel corpo creato di getto in un momento supremo di celeste ispirazione—mentre invece la nostra qualità di scrittore moderno ci ingiunge di rinunziare a dire quelle eleganti curve, quelle linee perfette, quelle forme armoniose come una musica scesa dal cielo; e quasi nemmeno ne sarebbe concesso di cantare ad una ad una le strofe del poema del suo corpo. Non possiamo dunque parlare nè della superba linea del torso, nè delle braccia che si sarebbero date alla Venere di Milo, nè del piede simile a quello d'una dea che ha solo toccato la cima delle nubi, nè della gamba d'una rara purezza di contorno… e ci è forza lasciare che il lettore supplisca a tutto ciò con la sua immaginazione, e al posto della nostra eroina ponga il suo proprio ideale.
A poco a poco le sue antiche abitudini presero di nuovo il di sopra, e la idea fissa dei primi anni l'afferrò ancora e forse con maggior forza di prima. Maritandosi, ella era stata costretta (come si è visto) a vivere un poco la vita di tutti, e ciò l'aveva un po' distratta. Ora vi ritornava; nè vi è certo da stupirsi di questo, poichè non era possibile che le occupazioni della società le fossero sufficienti, e di cosa poteva occuparsi se non di sè, ella che non conosceva l'amore?—Suo marito che sulle prime aveva fortemente subìto il fascino ch'ella esercitava su tutti, si era presso a poco guarito della sua passione davanti alla passiva freddezza di lei.
Tutto l'annoiava, e dopo il primo anno di matrimonio restò a lungo prima di ricomparire in società. Ben inteso che da ogni parte sorgevano lamenti per tale scomparsa, e che tutti se ne stupivano. Ma in lei la idea fissa si era quasi fatta malore. Avvicinandosi ai venticinque anni, la sua bellezza si avvicinava al punto culminante e prendeva un carattere di completa maturezza. Ella era ora la più perfetta espressione della donna in tutto ciò ch'ella ha di più maestoso. La numerosa schiera di quelli che l'ammiravano, o l'adoravano in segreto—avendo ben compreso ch'era inutile parlare—soffrivano di esser privati perfino della gioia di vederla. I pochissimi ammessi in una relativa intimità cercavano in ogni modo di persuaderla a distrarsi. Gli artisti, che la studiavano, capivano che ora la sua passione per sè stessa aumentava prodigiosamente.
Suo marito, che non riusciva ad indovinarla, ma che vedeva con uno stupore pauroso la luce stranissima che sfavillava negli occhi suoi ogni giorno più vivamente, univa le sue preghiere alle loro, ma tutto fu vano per qualche tempo.
Finalmente un giorno, con una decisione che sembrava un misto di volontà sua e di cessione alle ripetute preghiere, consentì ad aprire le sue sale ad una gran festa da ballo. La sera fu fissata e le carte d'invito cadendo in mezzo ai mille discorsi che si tenevano a proposito del suo desiderio di solitudine, tutti aggradevolmente stupirono.
La sera tanto attesa giunse. Le carrozze arrivarono in lunga fila e versavano il loro contingente di signore e fanciulle, che ascendevano lentamente lo scalone coperto di fiori, avvolte nei candidi mantelli nascondenti tante bellezze che tra un momento dovevano essere accarezzate dalla luce splendente delle sale. Il magnifico appartamento, chiarissimo, tutto adorno di fiori, si riempiva a poco a poco. Il conte, in piedi nella prima sala, riceveva tutti con un sorriso stereotipato.
Si era già ballato, quando apparve la contessa che in nulla seguiva l'uso comune. L'effetto ch'ella produsse fu indescrivibile. Nelle sale vi fu un silenzio come al giungere d'una regina.
Il suo vestito—semplicissimo di fattura—era di velluto rosso e cadeva, fasciando i fianchi e allungandosi di dietro in un interminabile strascico. Sul suo petto posava una ricchissima collana di smeraldi. I suoi capelli, d'una tinta variante tra il biondo ed il castagno, avevano dei riflessi luminosi e fulvi che chiedevano il pennello del Tiziano e si frangevano in masse ondate e ricciute, si contorcevano in piccole spirali fantastiche, parevano talvolta accendersi di fiammelle dorate. La tinta bianchissima della sua pelle era però d'un pallore vivace e rosato. I suoi occhi, d'un taglio purissimo e d'uno splendore calmo, erano micidiali senza volerlo. Nel suo incedere vi era qualcosa di divino; il ritmo della sua voce si confondeva col ritmo dei suoi movimenti.
Non aveva mai prodotto tanta impressione. La sua bellezza aveva aquistato qualche cosa di luminoso e di fatale. Irradiava e turbava ad un tempo. Tutti si estasiavano dinanzi a lei; alcuni sentirono una fitta al cuore.