—Guardatemi. Come volete che io sia cattiva? Che colpa ne ho io se non posso vivere come le altre, se ho la fortuna di non soffrire?…
E tutti rimanevano colpiti dalla pace raggiante del suo viso, mentr'ella pronunciava tali parole piene di una tranquillità sovrumana—abbagliati da quell'avvenenza invincibile.
Accadevano spesso delle scene abbastanza strane. La contessa riceveva venti lettere al giorno, lettere d'amore, di preghiera, di gelosia, d'ira, di disperazione….. ch'ella gettava sul fuoco senza finirle.
Gli artisti, i poeti, gli osservatori si occupavano di lei come d'un enigma vivente. La maggior parte la vollero conoscere, e siccome aveva intelligenza e spirito, le sue sale furono aperte all'aristocrazia dell'ingegno, come lo erano naturalmente alle altre aristocrazie.
Il suo gusto era squisito nelle cose d'arte. L'appartamento n'era una prova visibile. Tutto, dalle vôlte, dalle cornici, dai mobili fino al più piccolo oggetto, aveva un valore artistico. Vi erano quadri scelti con sottile discernimento tra i capolavori delle migliori scuole, statue che rammentavano le greche, vasi della China e del Giappone, lavori di smalto e d'intaglio, velluti e damaschi cadenti in pieghe maestose, tappeti di Gobelins dai colori vivacissimi e armonizzantisi, e sopratutto specchi d'ogni sorta, dagli enormi dovuti alle fabbriche moderne che coprivano intere pareti fino ai piccoli, elegantissimi specchi di Venezia, con le cornici un po' annerite dal tempo, coperte d'ornati baroccamente contorti e ingemmate di specchini microscopici. Tutte codeste cose erano disposte con quell'ordine di sobria eleganza che indica il gusto di artista spinto fino alle ultime conseguenze; l'armonia dei colori e delle forme, l'unione tanto difficile degli stili, era ottenuta con la sicurezza infallibile che dà la mano maestra. Ed era essa infatti che aveva presieduto a tutto, poichè dopo di aver pensato a sè, che cosa le rimaneva da fare se non pensare a ciò che la circondava? Ella amava le cose belle per istinto, per cui era giunta ad una conoscenza esattissima in arte alla quale non si arriva d'ordinario che dopo lungo studio e minute osservazioni; aveva la potenza divinatrice del bello negli oggetti antichi, come si fosse occupata sempre di archeologia, e in una bottega d'antiquario scorgeva a prima vista ciò che valeva d'essere comperato.
Pittori e scultori le chiedevano il suo parere; questi le portava due o tre abbozzi perchè decidesse quale fosse meglio imprendere, quello la pregava d'andare al suo studio per dargli un consiglio sul modo di atteggiare una statua. E sempre rispondeva con sorprendente giustezza e spesso il suo occhio vedeva più in là dell'occhio dell'artista. Molte volte diceva: «Fate così» e l'artista non era persuaso, ma ubbidiva ciecamente, e terminato il lavoro comprendeva ciò che non aveva compreso prima e si felicitava di aver ubbidito.
Vorremmo poter raccontare le mille impressioni differenti che faceva su tutti la bellezza della contessa, a seconda dei diversi modi in cui si manifestava. In casa, capricciosamente vestita, al passeggio, indolentemente posata nella sua carrozza o cavalcando con un'eleganza inimitabile; al teatro, con la mano divina posata sul velluto del parapetto, attenta piuttosto agli sguardi d'ammirazione che da ogni parte convergevano verso il suo palco, che alla musica di Verdi o di Meyerbeer…. Vorremmo, colla facilità concessa ai novellieri di penetrare dovunque muniti dell'anello dell'Ariosto, condurre il lettore nelle più intime stanze, farlo assistere alla toletta della contessa, che era un quadro improntato d'epicureismo antico, e svelare i tesori segreti di quella bellezza sovrumana, tanto avida d'ammirazione.
La camera da letto ed i gabinetti erano divisi dal resto dell'appartamento. Là appariva ancor più che altrove il gusto squisito della bellissima, l'impronta sovrana ch'ella non poteva a meno di porre su tutto ciò che le stava vicino. Quelle stanze erano un santuario. Tutto ciò che si può immaginare riunendo la molle comodità delle nostre abitudini moderne con la maestà delle decorazioni antiche ritrovavasi colà. La camera, nello stile pompeiano, era piena di finissime estravaganti pitture, di fregi largamente e bizzarramente segnati che correvano intorno alla vôlta, coperta ella stessa d'ornati delicatissimi e di figure chimeriche; i mobili, le tende, le drapperie, tutto era perfettamente d'accordo con lo stile delle pareti. La stanza era divisa in due parti da un grande arco, ricco d'intagli, di decorazioni e di vaghissimi bassorilievi, dal quale pendevano tre lampade d'argento, antiche, del più puro e leggiadro disegno. Un'alcova chiusa da tende di seta molle e ondata conteneva il letto coperto d'uno strato di vera porpora a frange d'oro.
Adiacente a quella stanza aprivasi una vasta sala, pure divisa in due parti, la prima delle quali serviva da gabinetto, la seconda da bagno. In questa era scavato un vasto bacino di marmo verde da cui usciva incessantemente lo zampillo d'una fontana che spingeva allegramente il suo getto fino alla vôlta; ai lati vi erano due vasche di porfido e due grandi tavole preziosamente scolpite, sostenenti i mille oggetti necessari ad una signora.
Da un'altra porta della stanza da letto si entrava in due piccoli gabinetti affatto differenti e più piccoli. Il primo era elegantissimo. Da un rosone in mezzo alla volta scendevano delle tende di velluto, di quel rosa delicato e pallido che tinge l'interno d'alcune conchiglie, e coprivano tutta la stanza, vôlta e pareti, cadenti lunghissime su di un tappeto folto come l'erba d'un prato, pure rosa a fiori bianchi. I sofà e gli sgabelli erano pure dello stesso velluto. Il secondo gabinetto era più curioso ancora, poichè da qualunque parte vi volgeste non era possibile scorgere altro che specchi. Quattro candelabri erano posti negli angoli.