Il primo che osò chiedere la sua mano fu il conte R.., abbastanza ricco e assai ricercato da tutti e che da molto tempo era stato colpito dalla superba bellezza di lei.
Ella fu fedele alla sua promessa ed accettò. Aveva allora vent'anni.
La sua bellezza, che diventava ogni giorno più intensa, era tale che chi non ebbe la fortuna di vederla non se ne può nemmeno fare un'idea. Aveva acquistata una fama universale; si parlava di lei dal palazzo di corte alla soffitta del miserabile. I poeti d'ogni calibro la cantavano su tutti i metri, e i pittori, vedendola, gittavano pennelli e tavolozza.
Il conte era un bel tipo meridionale, alto e ben fatto; aveva occhi e capelli nerissimi, i lineamenti fini. Quanto al morale, era quieto, con intelligenza sufficiente ai suoi bisogni, piuttosto insipido e assai indolente.
Il matrimonio ebbe luogo e fu come tutti i matrimoni, e seguito da un breve viaggio come tutti i viaggi di nozze e da una luna di miele delle più abituali.
Al ritorno la nostra eroina, che ora potremo chiamare contessa, era molto cambiata. Sembrava impossibile, ma erasi ancora abbellita. La sua bellezza non aveva mutato carattere, ma si era fatta più splendida. Il poeta l'avrebbe forse preferita prima, non lo scultore.
Sebbene nessuno, qualunque fosse il suo gusto, potesse rimanere insensibile dinanzi a lei, essendo ella, come già fu detto, il risultamento di tutti i sogni, pure molti—tutti coloro che ricercano le profonde delicatezze dell'anima—avrebbero trovato in lei una mancanza indefinibile, ma vera. Noi amiamo le cose umane; la nostra fragilità, i nostri errori, le nostre debolezze, perfino qualcuna delle nostre miserie, ci attirano e le vogliamo, le amiamo quasi fossero qualità e non difetti; siamo fatti d'una parte sopranaturale e d'una parte terrena, di qualcosa di superbo e di qualcosa di basso, ma la nostra argilla l'amiamo qual è. In lei mancava l'imperfezione, mancava la fragilità. Cosa dolorosa e disperante, in lei non v'era possibilità d'amore—la fralezza sublime. Ella era troppo perfetta e talvolta quella perfezione opprimeva e quella suprema serenità ne faceva male. Non si vedeva dove un sentimento veramente nostro avrebbe potuto prender posto tra quella calma desolante, e la sua bellezza appariva intangibile, inaccessibile.
Maritata, fu costretta a prendere una parte più attiva nella vita comune, e parve quasi che si distraesse alquanto dalla sua preoccupazione abituale. Viveva presso a poco la vita di tutti, andava in società, riceveva; ma lo studio, l'amore di sè erano sempre il suo pensiero principale. Le donne non erano tanto gelose di lei quanto si sarebbe supposto. Prima di tutto era inutile il voler criticare la sua bellezza, in secondo luogo non avevano molto a temere da lei, perchè non scendeva in campo a combattere e le sue armi non si curava di adoperarle.
Ferivano però e di ferite gravissime. Rinunciamo a raccontare tutte le passioni che suscitò, tutto il male ch'ella fece, davvero con la massima innocenza, poichè si empirebbero volumi. Quante amanti la maledirono, quante madri, vedendola, si sentivano gli occhi gonfiarsi di lagrime, quanti le chiesero pietà! Come si tentò in ogni modo di far vibrare la corda segreta del suo cuore, di turbare la limpidità serena del suo sguardo!—Ma ella possedeva la calma imperturbabile del marmo.
A coloro che le rimproveravano la sua insensibilità, e parlando di chi la riputava una donna spietata, ella diceva: