Sarebbe stato assai difficile il volere spiegare fisiologicamente il mistero di tanta bellezza; il tipo de' suoi genitori era regolare, ma comune, e certo un tal fiore non potevasi aspettare dal granello ch'era stato posto in terra. Fin dai suoi primi giorni aveva qualcosa d'insolito. Quando la madre si era visto davanti quel bianco visino—tutto circondato di trine, con quei due braccini d'alabastro che uscivano dalle fasce—insieme a quel primo scoppio di gioia dell'amore materno alla vista della propria creatura, si era unito un senso d'ammirazione per la perfettissima regolarità, per quanto fosse possibile, di quei piccoli lineamenti, per la miriade di cose che già quegli occhietti dicevano.—Crescendo in età crebbe costantemente in grazia naturale ed irresistibile. Non si può immaginare una bambina più incantevole di quello ch'ella era a cinque o sei anni. In quell'età in cui il desiderio di piacere non è ancor sorto, ella portava già istintivamente ciò che indossava con una fanciullesca eleganza da cui le altre bambine erano ben lontane. Ella correva e saltava quanto le altre; ma ogni suo movimento, ogni suo gesto era armonico.—Fin d'allora avea qualcosa di concentrato. Non era nè pensosa nè taciturna, come lo sono spesso i fanciulli quando l'intelligenza si sviluppa innanzi tempo; ma aveva un non so che di diverso dagli altri, difficile a definirsi. È strana la influenza che avevano su di lei gli specchi. Ogni volta che si trovava davanti a uno specchio, vi si fermava e vi stava lungamente, immobile e come estatica della propria bellezza.

Naturalmente tutto ciò aumentò, e la bellezza e il suo modo bizzarro. Passò per tutti gli stadi dell'infanzia, facendosi di giorno in giorno più indifferente a ciò che forma la vita a quell'età; e giunse ai sedici anni senza che i suoi parenti avessero potuto scorgere in lei una tendenza, una predilezione per uno studio o per un divertimento qualunque. I suoi occhi erano pieni di espressione e certo non poteva mancare di attitudine per tutto; ma nulla la interessava, tranne le cose aventi relazione con la forma, con la bellezza materiale ed esterna, con l'estetica delle linee e dei colori. Nella storia non si riusciva ad appassionare che per le epoche pagane, o per le favole mitologiche in cui s'esalta il culto del bello. In tutto ella cercava il lato sensibile; preferiva una bella statua a un bel quadro, un quadro alla musica la più incantevole. Non aveva alcun desiderio d'irreligione, ma capiva poco la divina poesia del cristianesimo, e certo preferiva il Cristo giovane, bello di bellezza dolcissima e celeste, col fronte coronato dell'aureola e circondato da un nimbo di luce, al Cristo smunto, livido, scarno, inchiodato sulla croce della redenzione, bello solamente della sua fede e del suo sacrificio. Capiva l'arte per istinto; sarebbe rimasta delle ore assorta, in muta contemplazione, dinanzi a una Venere, sogno realizzato nel marmo. Quando leggeva il racconto di quei tempi impareggiabili in cui fiorivano Fidia e Pigmalione, si sentiva delle irresistibili aspirazioni verso i portici d'Atene, con la loro serena architettura irradiata dal sole purissimo della Grecia; avrebbe voluto correre sui gradini dei tempii frammezzo alle bianche colonne, o errare nei boschi penetrati, malgrado la foltezza delle piante verdeggianti, da quella luce splendida e illuminati dal riflesso di quel cielo azzurro.

La prima volta che fu condotta in società, la sua apparizione ad un ballo impressionò così vivamente che per un mese non si parlò più che di lei. Ella era vestita di bianco, senza ornamenti, senza nulla, nulla, tranne il fulgore de' suoi occhi il cui sguardo era una magìa, la pura bellezza de' suoi lineamenti, il poema delle sue forme. Era modesta, ma non timida; non mancava di spirito e sapeva parlare, ma com'era possibile sostenere con lei una conversazione? L'ammirazione irreprimibile che in voi destava ogni suo gesto, ogni più fuggevole espressione del suo viso, ogni moto del suo corpo, vi distraeva al punto di non saper quasi nè ascoltare nè rispondere. Se parlando alzava una mano per rimettere al posto un nastro disubbidiente, la vista di quelle bianche dita, dalla forma allungata e perfetta, vi faceva perdere il filo di ciò che stavate dicendo.

Ella intanto non manifestava alcuna predilezione ma la precocità fisica e intellettuale della sua infanzia non si era smentita, e a quell'età ella era già una donna. I suoi sedici anni le splendevano in fronte ed ogni volta che parlava, la sua voce arcanamente armoniosa sembrava cantasse l'inno della gioventù. Ella era dunque, la straordinaria fanciulla, giunta come le altre all'istante quando il primo palpito commove il cuore, e, senza far sparire il sorriso del mattino della vita, la prima lagrima spunta nel ciglio. Ell'era giunta all'istante quando il vento che passa tra i rami, l'aura che increspa la cima delle acque, il susurro della sera, il canto degli uccelli, tutto il leggero e potente soffio della natura diventa una sola voce e dice una sola parola; quando l'azzurro del cielo, il lucido contorno delle nubi, il verde delle foglie, le mille tinte calde ed armoniose della terra, sembrano confondersi in un sol colore e si traducono in un sol sentimento.—Eppure nulla si moveva, nulla palpitava in lei.

Non si vide mai una più perfetta espressione della vergine; la sua bellezza incontestabile e quasi insolente era però ancor tutta vaga, le sue forme avvenenti ancora indistinte, sebbene complete; quasi il pensiero divino non si fosse tutto estrinsecato e una parte di lei fosse ancora altrove. Pure sembrava impossibile ch'ella potesse diventar più bella.—Pensava quasi continuamente alla propria bellezza e quasi di null'altro si occupava, ma lo faceva in modo che è assai difficile far comprendere. Non era mossa da civetteria femminile nè dall'ambizione; lo faceva con una serietà concentrata e distratta, quasi fosse necessario per lei il farlo; sembrava ubbidire ad una missione. L'ammirazione di sè stessa ed il sentimento della propria bellezza erano in lei come un divino istinto: pareva, occupandosene, compiere un ministero.

Passava sempre lunghe ore dinanzi allo specchio e non aveva mai finito di mirarsi e di acconciarsi; ma non se ne nascondeva come le altre, lo faceva publicamente, quasi quel culto della propria persona fosse solamente artistico, e, per così dire, impersonale.

L'amore di sè sembrava escludesse in lei la possibilità di un altro amore. I parenti osservavano, se in quella età pericolosa in cui si trovava, qualcuno avesse fatto palpitare per la prima volta il suo cuore o colpito la sua immaginazione; ma non sorpresero nulla, e davvero non c'era nulla da sorprendere. Vedeva i giovani i più seducenti, sia per un motivo, sia per l'altro, ma di nessuno si curava. Se ne accorgevano quasi con piacere, giacchè non essendovi simpatie preconcette da vincere, credevano che sarebbe stato facile lo scegliere per lei. Essi erano ricchissimi, ricchi tanto da poter aspirare molto in alto. Una tale occasione non tardò molto a presentarsi; un giovane, ultimo discendente di una illustre famiglia, che lui morto si sarebbe estinta, s'invaghì più di tutti della straordinaria bellezza della fanciulla e ne chiese la mano. Egli era ricco, simpatico a tutti; di un carattere buono e leale e certo non brutto, benchè d'una figura assai comune. Ella rifiutò.

Suo padre non la volle forzare, ma fu dolentissimo di tale rifiuto ch'egli diceva mosso da un imperdonabile capriccio.

Fu lo stesso di venti altri.

Passarono così alcuni anni ed ella faceva veramente soffrire le persone che le volevano bene con tanta ostinazione. Ma l'idea del matrimonio le ripugnava. Dovette subire una forte lotta interna prima di giungere a comprendere che non è possibile a questo mondo voler esser tanto stravagante e che non poteva andar così direttamente contro alla volontà di tutti. Ma finalmente capì che bisognava far delle concessioni e disse a suo padre, rendendolo lietissimo, che accetterebbe la mano del primo giovane che si sarebbe presentato, purchè accontentasse quelli che da tanto tempo le consigliavano di cedere e non le dispiacesse troppo.