Ell'era ognor più stanca. Il nuotator robusto
La sostenne, cingendo il suo corpo venusto,
Traendola con sè. Con forza prodigiosa
La portava qual fosse una languida rosa.
Ella avea chiuso gli occhi, e quasi inconsciente
Il cor di confidenza pieno ineffabilmente,
Spinta da irresistibile e nuovissimo istinto
Le braccia intorno al collo del giovine avea cinto.
Egli mirava l'ombra che le palpebre chiuse
Gettavan sulle guancie di pallore suffuse,
E le labbra vermiglie. E si sentìa sul petto
Le mosse di quel core a battere costretto,
E per la prima volta. Ei mormorò sommesso:
—«Io t'amo».
Ella rispose: «Mi salva».
Allor più presso
A lei cui già mancava la voce egli si stese
E con le labbra ardenti le dolci labbra prese.
La fanciulla innocente serrò con infinita
Tenerezza colui che le dava la vita,
Colui ch'ella, già debole, chiamava salvatore.
E nulla ella sapeva pur sapendo l'amore.
Lo sguardo nel suo sguardo ella teneva fisso,
E in estasi novella pareale in un abisso
Cadere lentamente, nelle brame infinite,
Parean le loro bocche eternamente unite
Ed era un di quei baci che finir non si ponno.
Sembrava su lor scendere misterïoso sonno
E a un tempo li riempiva possanza sovrumana.
Egli sentiva in sè vibrar la forza arcana
D'una felicità che non avrà più fine,
Urtarsi le violenze delle gioie divine,
E allor dalla sua bocca del bacio prigioniera
Un mormorìo s'udì, una voce leggiera.
Gli augelli che passavano in ciel con l'ali aperte
Fermavansi a guardare quelle due forme incerte
E sovra il dolce gruppo circoscriveano il volo.
E quello che vedevano sembrava un corpo solo
Pien di forza e di grazia e doppio ed indiviso,
Simile a visïone d'ignoto paradiso.
Fu un lampo. Ma rinchiuso in la breve durata
Era un eterno gaudio. Lei s'era risvegliata
E le parea risorta esser già dalla morte
E spinta nel mistero d'una novella sorte…
E s'abbrancava al giovine e lo teneva stretto.
Ma fu lui che pel primo sentì scemar nel petto
Il soffio ed il vigore… fu lui che la fortezza
Aveva degli olimpici cui vinceva in bellezza.
E con un lieve gemito, un rantolo d'amore,
Da un'indicibil estasi suprema, da un languore
Si sentì tutto invadere soavissimo e fatale
E si coprì il suo volto di pallore mortale.
Ed egli sprofondava. Per un minuto ancora
Ella il potè sorreggere, ma poi cedette, e allora
Sempre più avvinta a lui, confusi in una speme,
Unì il suo corpo al suo per rimanere insieme.
—E lenta ma sicura già l'inghiottiva l'onda.—Pria
s'agitò una forma, indi una chioma bionda
Si vide ancor confondersi col bianco della spalla;
L'oro di quei capelli restò un istante a galla,
Poi l'acqua lo coprì con mormorio leggiero.—
Ella lo avea seguito nel sogno e nel mistero
Sentendo che divisi non sarìano più mai.
E più vivi ed ardenti dardeggia il sole i rai:
Sovra l'immenso oceano più nulla si discerne.
I flutti hanno più flebili le lamentele eterne,
E par che alfin si stenda, dovunque, in ciel, sull'onda,
Inalterabilmente serenità profonda.
IV.
ALLA SERA
Stanca è la terra e lasse son le cose;
L'uomo è languente come la natura.
Scende dal cìelo una gran pace oscura.
Pendono già gli steli delle rose.
L'uomo è languente come la natura.
Sorgon dall'alme le armonie nascose,
Pendono già gli steli delle rose,
Cessa la gioia e cede la sventura.
Sorgon nell'alme le armonie nascose
Rivelatrici di vita futura…
Cessa la gioia e cede la sventura
Tra l'acri voluttà misterïose.