Questo, dico, può far molto comodo; ma a me non pare che sia la verità. E alle ragioni già addotte per dimostrarlo, ne aggiungerò un’altra di fatto, e che, credo, dovrebbe bastar da sola a risolver la questione.

Papirio Peto, in una lettera a Cicerone, aveva applicato a sè stesso un luogo di Trabea, chiamando pazzia il suo sforzarsi d’imitare l’eloquenza dell’amico. E Cicerone gli rispondeva: «Dici davvero? Ti pare una pazzia lo imitare quelli che tu chiami fulmini del mio stile? Certo, sarebbe pazzia, se la cosa non ti riuscisse; ma poichè ti riesce anche meglio che a me, de’ fatti miei devi ridere, e non de’ tuoi; e lascia star Trabea, dacchè il fiasco è piuttosto mio. Ma pure, delle mie lettere che te ne pare? Non sono esse scritte alla buona?[39] Già si sa: non conviene mica usar sempre lo stesso tono. Altro è una lettera, altro un’orazione politica, o un’orazione forense. Persino davanti ai giudici, si varia tono secondo le cause; perchè le private e di poca importanza non richiedono quegli ornamenti, che adoperiamo quando siano in gioco la vita o l’onore. Le lettere poi, sogliamo scriverle con le parole di tutti i giorni.»[40]

Dunque, le lettere del grande oratore sono scritte, per sua stessa e incontrastabile testimonianza, in plebejo sermone e con quotidianis verbis. Ma, di grazia, chi è che avendo sott’occhio una di quelle lettere e un’orazione dello stesso autore, non s’accorga che sono scritte nella medesima lingua, salvo, s’intende, le differenze derivanti dal diverso genere di componimento? Ciò che nella lettera sarà detto con la frase familiare: andare all’altro mondo, o con altra anche plebea, nell’orazione sarà detto con frase sostenuta: render l’anima a Dio. Ma queste non sono due lingue: son gradazioni, tinte, sfumature diverse d’una stessa, stessissima lingua; e chi volesse prendersi il gusto di esaminare le prime cento voci o maniere d’una lettera di Cicerone, si può scommettere che ce ne troverebbe almeno novanta usate da lui anche nelle orazioni o nelle altre sue opere. Insomma, a dir tutto in poco, la diversità che egli accenna a Papirio Peto non è di lingua, ma di stile; e la frase plebejo sermone, addotta così spesso per provare l’esistenza di quella specie di muraglia della Cina tra il latino scritto e il parlato, o tra il latino nobile e il popolare, prova invece per l’appunto il contrario![41]

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VI.

Coloro che seguendo il Diez anche in questa parte non buona del suo magistrale lavoro, si ostinano ancora a fare del latino due lingue o quasi due lingue, una letteraria o nobile, e l’altra popolare, volgare o, peggio, rustica, dicono che da quest’ultima son derivate le lingue romanze.[42]

Il principe de’ loro argomenti è un fatto che si trova più o meno in tutte le lingue: la coesistenza, cioè, delle doppie forme, ossia di vocaboli e modi significanti ora sfumature diverse d’una stessa idea (sinonimi, come uscio e porta, bianco e candido, salvare e preservare), ora invece la stessa idea, senza nessuna differenza di significato, e solo, ma non sempre, con qualche differenza di stile, essendo alcuni più o meno particolari alle classi incolte e altri alle civili; alcuni mezzo invecchiati e altri vivissimi; alcuni più propri della poesia, altri della prosa (doppioni, come scriminatura, discriminatura, scrima e dirizzatura, badessa e abbadessa, escire e uscire, gragnuola e grandine, morir di sonno e morir dal sonno, farsi alla finestra e affacciarsi alla finestra; con un eccetera pur troppo lungo, poichè in italiano, per nostra disgrazia, questa quasi sempre falsa ricchezza è addirittura strabocchevole).

Naturalmente anche in latino c’erano moltissimi sinonimi (janua e porta, equus e caballus, torus e lectus, amare e diligere, ecc.); e anche non pochi doppioni (volgus e vulgus, adjutare e adjuvare, bucca e os, minaciae e minae, putus e puer, maledicere aliquem e maledicere alicui, ecc.); e di questi doppioni alcuni saranno stati usati indifferentemente l’uno e l’altro da tutte le classi sociali, come oggi a Firenze ditale e anello, portantina e bussola, spartizione (de’ capelli) e divisa; altri invece saranno stati i preferiti, più o meno esclusivamente, dalle classi inferiori, al modo stesso che un popolano fiorentino dirà forse più volentieri dota e dolsuto, che dote e doluto, e sempre poi doventare invece di diventare, mentre un fiorentino educato dice sempre dote e doluto, e ora doventare, ora diventare, secondo con chi e dove e di che parla. Rispetto poi ai sinonimi, come il popolano della moderna Roma chiama sempre porta anche l’uscio, così è probabile che il popolano della Roma antica dicesse porta anche quando doveva dir janua, e caballus anche quando doveva dire equus.