Trovando nel latino arcaico voci come aurom (oro), consol (console), ecc., le quali somigliano all’italiano, più che non gli somiglino le corrispondenti del latino classico (aurum, consul), il Cittadini capitombola quasi nell’opinione che fu poi, come abbiamo visto, sostenuta dal Quadrio, e che il Muratori giustamente chiamò un sogno, indegno persino d’essere confutato.[35]
Il Bruni, dal canto suo, arrivò a dire che i Romani non cólti intendessero il linguaggio degli oratori, non più di quel che oggi la plebe nostra intende la messa;[36] e come se questo fosse poco, aggiungeva, che essi andassero al teatro, non già per intendere i versi del poeta, ma per godere dello spettacolo scenico; e perciò, secondo lui, si chiamavano spettatori e non uditori:[37] speciosa ragione, a distrugger la quale basterebbe osservare, che spettatori si chiamavano anche le persone cólte, le quali andavano anch’esse al teatro.
Egli inoltre non sapeva capacitarsi come mai le donnicciole di Roma sarebbero potute riuscire a imparare le declinazioni de’ nomi e le coniugazioni de’ verbi, e specialmente de’ verbi irregolari: cose, diceva, che fanno sudar sangue anche noialtri dotti. Come mai volete, domandava il brav’uomo, come mai volete che quelle povere ignoranti potessero servirsi del verbo ferre (portare), che nel presente fa fero (porto), e nel passato fa tuli (portai), e nel supino muta ancora, e fa latum?—Qui, l’ottimo messer Leonardo somiglia proprio a quel tale che, andato in Francia, si maravigliava che là anche i bambini sapessero parlare il francese. Dio buono! anche la donnicciola fiorentina, senza aver studiato grammatica, tira fuori bravamente dall’infinito essere il presente sono, l’imperfetto ero, il passato fui, eccetera; nè c’è pericolo che dica io ando invece di io vado, nè io dovo invece di io devo, nè oma invece di donna, nè femmino invece di maschio; quantunque queste anomalie non siano punto men difficili di fero, tuli, latum.
Ma segue forse da ciò che la lingua delle orazioni di Cicerone fosse precisamente la stessa che parlava la sua lavandaia, o quella che in tutto e sempre parlava egli medesimo? No davvero!
In questa questione, gli equivoci a me pare che siano nati e nascano ancora da un errore fondamentale, e cioè dal non considerare la lingua nel suo complesso, ma in questa o quella parte soltanto, in questo o quel libro, in questo o quel parlante. Con tal metodo, per quanto la lingua sia potentemente unificata, come era appunto quella di Roma e come è ora quella di Parigi, deve per necessità apparire una specie di Proteo multiforme.
Chi può negare, per esempio, che la lingua di cui si serviva in parlamento il signor Thiers, non fosse la lingua che si parla a Parigi? Eppure, chi oserebbe dire che fosse addirittura quella medesima di cui si serviva il suo portinaio?
Con l’aiuto de’ miei scolari, io son riuscito a mettere insieme un centottanta sinonimi italiani del verbo morire, e tutti, si noti bene, d’uso comune;[38] mentre, sia detto per incidenza, il Tommasèo ne dà solo cinque o sei. Son dunque centottanta modi usati e usabili per esprimere una sola idea in italiano, e potrei anche dire, più esattamente, in fiorentino, perchè quattro quinti di essi son vivi a Firenze, e i rimanenti son creazioni di prosatori e di poeti, fatte però tutte con voci vive fiorentine o foggiate alla fiorentina, ed entrate poi nell’uso comune letterario.
Eppure, quale italiano o qual fiorentino potrebbe dire, preso così all’improvviso, di saperli tutti e centottanta? E chi oserebbe affermare che il plebeismo: andare a rincalzare i cavoli, o l’altro: crepare, siano soltanto della lingua plebea? Domani potrete sentirli in bocca a una persona civile, che l’userà per ischerzo o in un momento di collera; mentre la povera donnicciola, trafitta dal dolore, vi dirà poeticamente che il suo bambino è stato ripreso da Dio, o che è andato in paradiso. E persona civile e donnicciola si troveranno inconsapevolmente, ma sicurissimamente, d’accordo nel non dirvi mai che quell’omaccione grasso e grosso, morto ier l’altro, sia volato al cielo, perchè sanno che vi farebbero ridere.
Certo, il fatale divorzio della lingua scritta dalla parlata è stato possibile in Italia, dove nessuna parlata ha mai definitivamente prevalso; ma non era possibile in Roma, con quell’acutissimo senso pratico de’ suoi cittadini, con quel bisogno ch’essi avevano d’intendersi tra di loro più speditamente che potessero, con quella, insomma, potente e compatta unità di linguaggio; quantunque ogni romano, in fondo, avesse in testa una lingua, che non era precisamente quella di nessun altro romano, e lo stesso scrittore usasse voci e maniere diverse, secondo il soggetto e il genere del componimento.
Nè crediate che il fatale divorzio succeduto in Italia abbia contribuito e contribuisca ancor poco a far inclinare molti Italiani a supporre che altrettanto fosse accaduto anche a Roma. Mal comune, mezzo gaudio; e certo, quando altri lamenta che tante e tante prose italiane, pregevolissime di sostanza, siano però pochissimo lette, perche scritte in una lingua mezzo morta, fa molto comodo il poter rispondere: cosa volete farci? anche nella letteratura latina è stato così.