Il nostro Caix,[32] pur ammettendo dentro certi limiti l’influenza germanica sul lessico latino, come è sostenuta dal Müller, trova però ben più evidente e naturale il fatto contrario, cioè l’influenza latina sulla fortuna di molte voci germaniche. In questo fatto sta, secondo lui, la spiegazione del gran numero di voci germaniche che poterono conservarsi nelle lingue romanze, benchè non si riferissero nè alla guerra, nè allo Stato, nè ai commerci, ma alle ordinarie relazioni della vita o ad oggetti comuni, pei quali parrebbe avesse dovuto prevalere l’appellativo romano. In questo fatto, a suo avviso, sono da ricercare le prove di quel raccostamento che, pur limitato al lessico, dovette compirsi a poco a poco tra la lingua dei vincitori e quella dei vinti, e che, alterando la forma di molte voci, spiega la difficoltà di ricondurle ora con le ordinarie leggi fonetiche alla loro forma originaria. E qui, sempre secondo l’opinione del Caix, sono da considerarsi tre casi.
Primo: la forma latina assorbì interamente la teutonica. In questo caso, che è di gran lunga il più frequente, le voci gotiche che, come sada (sazio), haban (avere), raihta (retto), arjan (arare), avevano una ben discernibile affinità con le corrispondenti voci latine, si confusero interamente con queste, e così i Goti dissero sazio o satollo, avere, retto, arare, ecc.
Secondo caso, molto meno frequente, ma non raro: la voce latina si modificò, conforme al suono della voce germanica, per esempio: il toscano sdraiarsi e l’umbro strajàsse derivano da un ravvicinamento del latino sternere al gotico straujan; l’italiano sparagnare e il lombardo sparà derivano da un ravvicinamento del latino parcere all’antico alto–tedesco sparôn; l’ital. leccare deriva dal latino lingere e ligurire e dall’antico alto–tedesco lecchôn; rubare, dal lat. rapere e dall’antico alto–tedesco roubôn; senno, dal latino sensus e dall’antico alto–tedesco sin.
Terzo caso, più raro, ma insieme più curioso di tutti: le due forme si confusero in una terza, che le riassume entrambe. Per esempio, guiderdone è certo derivato dall’antico alto–tedesco widarlôn (ricompensa); ma la seconda parte lôn (moderno ted. Lohn, mercede) fu scambiata col lat. donum (basso lat. widerdonum); e così ne nacque una parola anfibia, mezzo tedesca e mezzo italiana, widar (contro), che è il moderno wider, e dono: widar–dono (guider–done), controdono, ricompensa.
Possiamo dunque concludere, che l’opinione del Bembo contiene solo una piccola parte di vero. E possiamo anche, di passaggio, osservare, che chi riguardava le lingue romanze come un imbastardimento del latino, è naturale che inclinasse altresì a crederle meno perfette di esso. E questa credenza, così funesta alla nostra letteratura e comune tuttora a molti, trova facili conferme in superficiali e parziali confronti; giacchè, per esempio, è di certo un danno l’aver perduto quasi tutti i participi in rus, ra, rum (venturo, futuro, ma non letturo, amaturo, ecc.), e quindi non poter dire spicciamente e comunemente, senza ricorrere è un latinismo: «Evviva, o Cesare: i morituri ti salutano!» Ma, in compenso, quanta maggior precisione e chiarezza non hanno aggiunto al discorso l’articolo determinato e indeterminato e que’ tempi del verbo, che mancavano al latino? Chi volesse continuare il confronto, troverebbe venti di guadagno per ogni dieci di perdita. Nè la perfezione d’alcuni autori antichi, dato anche e non concesso che non avesse riscontro in autori moderni, proverebbe nulla a svantaggio delle lingue di questi: come la perfezione di Raffaello non prova che i colori, in sè stessi, fossero migliori al suo tempo, che al nostro. «L’ultimo fine della parola,» ha detto egregiamente il Lignana, «è di essere organo dello spirito. Ora, dire che le lingue moderne sono inferiori alle antiche, equivale a dire che lo spirito moderno è inferiore all’antico. Il che non credo abbia bisogno di confutazione.»[33]
V.
Ma dicendo che le lingue romanze sono, in sostanza, una continuazione e un perfezionamento del latino, che cosa s’intende qui per latino? E chiaro che s’intende il latino parlato, giacchè le sole lingue parlate possono moversi e trasformarsi.
Siccome però i Romani, che parlavano il latino duemila anni fa, sono, per nostra disgrazia, morti tutti, e noi non possiamo conoscere la loro lingua se non per quel tanto che ce n’è stato tramandato dai libri e dalle iscrizioni; perciò si è cercato di stabilire se il latino scritto e il latino parlato fossero una stessa cosa, o se ci corressero più o men notevoli differenze.
Leonardo Bruni d’Arezzo (1369–1444) e Celso Cittadini di Roma (non di Siena, come comunemente si crede—1553?–1627), il secondo dei quali ebbe lampi d’intuizione filologica maravigliosi per il suo tempo, sostennero che la lingua della plebe romana fosse quasi del tutto diversa da quella delle classi cólte e specialmente degli scrittori.[34]