Voci italiane, derivate direttamente, e non per mezzo del latino, dal greco, sono, per esempio: agognare, borsa, colla, falò, fase, golfo, magari, zio, ecc. (S’intende che non ci si devono comprendere que’ grecismi, spesso inutili, de’ letterati e degli scienziati, che vivono solo nell’uso di pochi.)
Portate dagli Arabi, sono le seguenti, e ci si sente, più che altro, l’industria e il commercio: alcool, alcova, algebra, ammiraglio, ambra, arancio, arsenale, caffè, canfora, carato, cremisino, catrame, carruba, cifra, cotone, gelsomino, lambicco, limone, liuto, mummia, ricamare, sofà, tamarindo, talismano, tamburo, tariffa, zafferano, zero, ecc.
Germaniche sono: araldo, briglia, bosco, bruno, forbire, gonfalone, guerra, guancia, schiena (da skina, romanesco schina), stinco, sperone, strale, ecc.; e ci si sente, più che altro, la guerra.
A proposito degli elementi germanici, il Diez così conclude: «La famiglia delle lingue romanze, appropriandosi alcuni di questi elementi, non patì nessuna essenziale alterazione nel suo organismo; giacchè si sottrasse quasi del tutto all’influenza della grammatica tedesca. Certo, nella formazione delle parole, alcune derivazioni e composizioni germaniche ci sono; e qualche traccia della stessa origine si trova anche nella sintassi; ma siffatti particolari vanno perduti all’occhio di chi guardi tutto il corpo di codeste lingue.»[27]
Alcuni però credono necessario di attribuire una parte maggiore all’influenza germanica, per ispiegare la diversità che passa tra le lingue romanze e il latino, e che, senza dubbio, è più notevole di quella che, per esempio, passa tra il greco moderno e il greco antico. Ma ad altri pare, e con più ragione, che la causa principale di questa maggiore diversità debba piuttosto cercarsi nell’influenza degli antichi idiomi a cui il latino si sovrappose. Certo è poi, che l’opinione messa fuori molti anni fa da Max Müller,[28] che cioè le lingue romanze non ci presentino il latino quale si sarebbe naturalmente trasformato in bocca a’ Romani dell’Italia e delle provincie, ma quale i popoli germanici poterono apprenderlo e appropriarselo, era addirittura esageratissima; e il Littré, per solito così temperato, la respingeva «de toutes ses forces.»
Se l’influenza germanica, diceva in sostanza il Littré, avesse avuto il sopravvento che le attribuisce il Müller, più i testi sono antichi, e più ce ne presenterebbero le tracce. Invece, il vero è, che più i testi sono antichi, e più portano impresso il carattere della latinità: vale a dire, più è facile calcare una frase latina sulla frase romanza. Nè mai vi si scorge il momento, il punto, in cui un altro popolo, sostituendosi a quelli delle Gallie, dell’Italia e della Spagna, si sia impossessato dell’idioma de’ vinti e l’abbia parlato secondo una grammatica sua propria. Il centro delle lingue romanze non può dunque spostarsi dal lessico e dalla grammatica latina.[29]
Il Müller poi, dal canto suo, nelle Nuove Letture sulla Scienza del Linguaggio (VI), temperava di molto la sua prima opinione, dolendosi anzi (ma a torto, ci pare) che, per qualche difetto d’espressione, fosse stata esagerata o frantesa dal suo illustre contradittore, col quale, in fondo, dichiarava di consentire. Ora, dunque, di questa polemica restano in piedi solo alcune giuste osservazioni parziali del Müller; ed eccone un piccolo saggio.
Di due o più voci latine, esprimenti sostanzialmente la stessa idea, è naturale che gl’invasori preferissero quella, che nel suono ricordava meglio la corrispondente germanica; ed è quindi anche naturale che la voce preferita da loro finisse spesso col prevalere. Per esempio, i Romani, per dir fuoco, dicevano ora focus, ora ignis; ma focus fu preferito nelle nuove lingue, perche più vicino al tedesco feuer (fuoco) e funkeln (scintillìo, scintillare).[30] Per dir grande, i Romani dicevano ora grandis, ora magnus: grandis fu preferito, perchè più affine a gross, il quale ci diede inoltre anche la forma grosso. Per dir lasciare, i Romani dicevano laxare o sinere; ma laxare fu preferito, perchè più simile all’antico alto–tedesco làzan, gotico letan, che è poi il moderno tedesco lassen.[31]
Tutti i filologi inoltre si trovano d’accordo col Müller nel riconoscere (cosa, del resto, riconosciuta anche prima da altri) una certa influenza germanica sull’aggiunta dell’aspirazione in alcune parole francesi. Haut, per esempio, e hurler (antico francese huller) vengono dal latino altus e ululare, ma devono l’aspirazione alle loro corrispondenti germaniche hoch e heulen.