A. 816. Avent in longo pertigas quatordice in transverso, de uno capo pedes dece, de alio nove in traverso.... de uno capo duas pedis, cinque de alio capo. (Carta pisana, nel Muratori, Diss. cit., 481.)

A. 818. Ghisalperga, badessa di S. Lucia in Lucca, nomina rettore della chiesa di S. Pietro di Nocchi un prete Romualdo, il quale dal canto suo si obbliga a bene lavorare i terreni di detta chiesa, e a dare ogn’anno alla badessa medietatem vinum purum.... et medietatem castanie, et medietatem fica sicche. (Docum. Lucch., Suppl. al tom. IV, pag. 23.)

A. 846. Finchè Ambrogio vescovo di Lucca conserverà badessa di S. Pietro Ildicunda, e la lascerà padrona di tutti i beni del monastero, un tal Ghisolfo, probabilmente parente di lei, si obbliga a reddere per singulos annos al vescovo uno vestito caprino testo in sirico, et uno tappite. (Ibid., pag. 40.)

A. 850. Per longu passi sidici et gubita trea et pede unu. (Carta nocerina, nel Cod. Dipl. Cav., tom. I, pag. 40.)

A. 857. In locu nominato casamavile. (Ibid., pag. 63.)—Ut dare in cambio.... ipsa terra sua, qui dicitur ad casa amabele. (Pag. 65.)

Frequenti son pure i soprannomi volgari. In una carta modenese dell’anno 918, incontriamo un Lampertus, qui supernominatur Cavinsacco (capo–in–sacco). In una lucchese, del 941, facciamo conoscenza, poco gradita in verità, con Johannes clericus, qui Rabia vocatur; e, nel 905, re Berengario donava a un monastero i beni di un altro Giovanni, qui alio nomine Bracca curta, [braca–corta] vocitabatur. (Muratori, Diss. cit., 491.)

In un documento lucchese del 980 (Suppl. al tom. IV, pag. 101–2), sono espressamente nominate in volgare una quarantina di ville, come Valiano, Ferugnano, Monte alto, Perglone, Valle, Aliga, Appiano, Casale Lapidi, Vivaja, Marciano, Collecarelli, Carbona in Cercino, ecc. Ma quasi non ce n’è più bisogno; perchè in una carta originale dell’archivio di Montecassino, scritta nel 960, troviamo finalmente un intero periodetto quasi tutto volgare. Questa preziosissima carta, pubblicata prima dal Gattola e poi anche dal Tosti,[67] è un placito di Arechiso, giudice capuano, per una lite di confini tra il Monastero cassinese e un tal Rudelgrimo di Aquino. Ognuno de’ testimoni, tenendo con una mano l’abbreviatura delle carte processuali, e toccandola con l’altra mano, dice: Sao ko [come] kelle terre per kelle fini, que ki contene,[68] trenta anni le passette [possedette] parte Sancti Benedicti. E queste parole son ripetute nel placito ben quattro volte, con lievissime differenze, più grafiche, che di sostanza, e dal cui confronto risulta la nostra lezione.

Sulla data e autenticità di questo vero cimelio, il quale basterebbe da solo a provare che verso il mille il latino doveva già esser morto e sepolto da un pezzo, non c’è, nè ci può essere, ombra di dubbio.[69] E la sua importanza si accresce grandemente, considerando che esso si trova, per dir così, solitario; poichè, dimostrata ormai ad esuberanza la falsità delle pretese Carte d’Arborèa;[70] dimostrato che non è del 1000, ma del 1606, la iscrizione volgare di Monte San Giuliano in Sicilia;[71] passa ancora un secolo, prima che si trovi un altro documento autentico e di data certa, che sia degno di stargli vicino. Le singole forme volgari, che potremmo ancora spigolare qua e là abbondantemente, farebbero al suo confronto una ben magra figura; e solo nella seconda metà del secolo XI abbiamo una carta sarda, la quale, tenuto conto della stretta somiglianza che gl’idiomi di Sardegna hanno anche oggi col latino,[72] può quasi considerarsi come del tutto volgare. Eccone, per saggio, le prime righe: In nomine Domini. Amen. Ego judice Mariano de Lacon fazo ista carta ad honore de omnes homines de Pisas, per xu toloneu ci [ki] mi pecterunt [per il dazio che mi domandarono], e ego donolislu [donoglielo], per ca li sso ego [perchè gli sono io] amica caru, e itsos a mimi [ed essi a me].[73]

Secondo il compianto Löwe, appartiene al sec. XI anche una Formula di Confessione, contenuta in un codice proveniente dall’antico monastero benedettino di S. Eutizio presso Norcia, e ora nella Vallicelliana di Roma.[74] È una specie di guida o promemoria per la confessione. Il supposto penitente, dopo aver detto tre volte: Domine, mea culpa, dichiara con frasi latine o semilatine di confessarsi, davanti a Dio, alla Madonna e a tutti i Santi e le Sante, d’ogni peccato commesso, da lu battismu suo, usque in ista hora; e quindi prosegue, specificandone alcuni più grossi: Me accuso de lu corpus Dei, k’io indignamente lu accepi. Me accuso de li mei adpatrini [confessori], et de quelle penitentie k’illi me pusero e nnoll’observai. Me accuso de lu genitore meu et de la genitrice mia et de li proximi mei, ke ce non abbi quella dilectione ke me senior Dominideu commandao. Me accuso de li mei sanctuli [padrini, compari] e de lu sanctu baptismu, ke promiseru pro me et noll’obsevai. Me accuso de la decema et de la primitia et de offertione, ke nno la dei siccomo far dibbi. Me accuso de le sancte quadragessime et de le vigilie de l’apostoli et de le jejunia .IIII.or tempora, k’io noll’observai. Me accuso de la sancta treva [tregua], k’io noll’observai siccomo promisi, eccetera, eccetera, finchè s’arriva all’assoluzione.

Del principio del sec. XII, e precisamente dell’anno 1104 o 1122, abbiamo la nota carta rossanese, di cui sarebbe desiderabile che qualcuno ritrovasse l’originale e ce ne desse un’edizione migliore di quella dell’Ughelli,[75] la quale, come già avvertiva il Muratori (Diss. cit., 512), deve avere parecchie inesattezze di trascrizione. Comunque sia, eccone qui uno de’ passi più ricchi di forme prettamente volgari:..... et cala allo vallone de donna Leo, et lo vallone Apendino ferit a la via che vene ad Santo Jorio, et volta supra l’ara de li maracini [Maracini?].....