Dell’anno 1193 abbiamo una carta, scritta nel territorio di Fermo, e nella quale, tra l’altre, s’incontrano queste locuzioni: unu mese poi—non volese redere li denari—se questo avere se [si] perdesse—fose palese per la terra—ke la mitade se ne fose ad resicu de Johanni de tuctu.[76]
Ognun vede però, che questi documenti appartengono tutti alla storia della lingua, e non alla letteratura propriamente detta. Ma nel sec. XII ne abbiamo anche tre altri, che possono considerarsi come letterari.
Il primo è la notissima iscrizione del Duomo di Ferrara, che nella sua forma più antica diceva così:
Li mile cento trenta cenqe nato,
Fo questo tempio a S. Gogio donato
Da Glelmo ciptadin per so amore,
E mea fo l’opra Nicolao Scolptore.
I dubbi sollevati sull’autenticità di questo documento furono strenuamente combattuti dall’Affò,[77] e li crede addirittura infondati anche il Monaci.[78]
Il secondo son quattro versi, che alludono all’impresa di Casteldardo, assalito e distrutto dai Bellunesi nel 1193:
De Casteldart havi li nostri bona part;
I lo zettò tutto intro lo fiume d’Art;
E sex cavalier di Tarvis li plui fer
Con sè duse i nostri presoner.[79]
Il terzo, letterariamente più importante di tutti, è però opera di un trovatore provenzale, Rambaldo di Vaqueiras, che in una canzone o contrasto bilingue, scritto senza alcun dubbio pochi anni prima della fine del secolo, fa parlare per ben quattro strofe in genovese una donna, la quale, per la buona ragione che è già maritata, non vuoi corrispondere alle proteste di amore che egli le vien facendo in provenzale. Eccone per saggio una strofa, secondo la lezione del conte Galvani:
Jujar,[80] to provenzalesco,
Si ben s’engauza de mi,[81]
Non lo prezo un genoì,[82]
Nè t’entend chiù d’un Toesco
O Sardesco o Barbari,[83]
Ni non ho cura de ti:
Vo’ ti cavillar con mego?
Se lo sa lo meo marì,
Malo piato avrai con sego.
Bel Messer, vero ve di’:
Non vollio questo latì;[84]
Frare, zo aia una fi;[85]
Provenzal, va, mal vestì,