Lagame star.[86]

A questi tre documenti potrebbe anche aggiungersi la poesia che va sotto il nome di messer lo Re Giovanni;[87] perchè, se realmente ne fu autore il suocero di Federigo II, Giovanni di Brienne; essendo egli nato nel 1158, e codesta poesia avendo un carattere erotico molto vivace, deve probabilmente averla scritta prima della fine del secolo, quando cioè il sangue gli bolliva ancora. E potrebbe altresì aggiungervisi il così detto Ritmo Cassinese, essendo probabile che, tra quelli che lo vogliono del sec. XI e quelli che lo vogliono del XIII, abbiano ragione coloro i quali, come il Monaci, lo ritengono del XII.[88] Al qual tempo è forse da assegnare anche il Ritmo della Laurenziana, pubblicato dal Bandita,[89] e i ventidue Sermoni Gallo–italici, pubblicati dal Foerster[90] e scritti in un linguaggio che ha qua e là forme francesi, ma il cui fondo appartiene all’Italia settentrionale.[91]

Potremmo tuttavia non tener conto di questi quattro ultimi documenti, e anche del contrasto del trovatore provenzale; poichè basterebbero l’iscrizione di Ferrara e i versi bellunesi, per affermare che fin dal sec. XII i nostri volgari cominciarono, scarsamente, rozzamente quanto si vuole, ma cominciarono, ad essere usati in componimenti letterati.

Intanto però che qui si movevano appena i primissimi passi (e in parte si movevano, come abbiamo veduto, per opera di un provenzale e d’un francese), la letteratura francese e la provenzale erano già in pieno fiore; anzi, la seconda già cominciava a decadere.

Le ragioni di questa differenza tra l’Italia e la Francia possono esser parecchie, ma la principale è quella che abbiamo già accennata: gl’Italiani, considerando l’impero e la lingua di Roma come cosa e gloria propria, si ostinavano a scrivere in latino, o almeno in un volgare latinizzato. Latino e volgare furono sempre in lotta tra noi; si può anzi dire che questa lotta forma il carattere più spiccato della lingua e della letteratura italiana, e non è ancora interamente cessata.

Al cadere del VI secolo, san Gregorio Magno, papa, faceva una solenne lavata di capo a Desiderio vescovo di Vienna in Francia, perche dava lezioni di grammatica latina. «Ci si riferisce un fatto,» gli scriveva, «che non possiamo ripetere, senza arrossirne. Dicono che tu, o fratello, dài lezioni di grammatica. Noi ne siamo vivissimamente afflitti e sdegnati......., perche le lodi di Giove non possono stare in una medesima bocca insieme con quelle di Cristo.»[92]

In quanto a sè, poi, il pontefice, benchè dottissimo, diceva di non curarsi a d’evitare la confusione del barbarismo, e di disprezzare l’esatta collocazione delle preposizioni, e l’osservanza dei casi da esse richiesti; poichè gli pareva «una vera profanazione (quia indignum vehementer existimo) il restringere la parola del celeste oracolo sotto le regole del grammatico Donato.»[93]

Verso la metà del sec. VIII, un prete della diocesi di Magonza, avendo forse seguìto alla lettera gli ammonimenti già dati da Gregorio Magno, battezzò un bambino con queste parole: Ego te baptiso in nomine Patria et Filia et Spiritus Sancti; onde nacque il dubbio che il battesimo, amministrato così, potesse non esser valido, e la questione fu portata davanti a papa Zaccaria.[94] Nello stesso secolo, a Roma, perfino le lettere de’ papi non rispettavano più nè le leggi della grammatica, nè quelle della logica.[95]

Ma, in generale, il fervore cristiano contro la latinità classica produsse i suoi effetti più di là dalle Alpi, che in Italia, dove, anche ne’ tempi più tenebrosi, la coltura non fu mai esclusivo patrimonio de’ chierici; e dove anzi, specialmente fuori di Roma, i chierici stessi coltivavano spesso con ardore e con intenti artistici le letterature antiche; sicchè, mentre presso le altre nazioni fiorivano, e assai più che tra noi, i soli studi teologici, qui invece erano in maggior onore i profani; e mentre sorgeva poi nell’Università parigina la più celebre scuola di teologia, nelle Università italiane venivano massimamente in fiore la giurisprudenza e la medicina.[96]