[25] Op. cit., vol. I, pag. 59–60.

[26] Intorno alle quali però si devono tener presenti queste acute considerazioni dell’Ascoli: «Se ci fosse ancora bisogno di aggiungere argomenti contro le ipotesi delle profonde modificazioni, e variamente profonde secondo le diverse regioni romane, che l’organismo latino abbia sofferto per l’immissione germanica, se ne potrebbe ricavare uno di più, e tutt’altro che lieve, dal fatto che una così cospicua porzione degli elementi lessicali germanici, entrati a far parte degl’idiomi latini, occorra ugualmente in tutte codeste favelle. Poichè il fatto di questa comproprietà generale, che giustamente eccitava la meraviglia del Diez (gr. I3 67), dovrà senz’altro ripetersi, nella maggiore e più importante sua parte, dalla molta antichità dell’immissione, e l’innesto perciò risalire a un’età in cui tanta era ancora la vitalità propriamente romana, da non potervi di certo il linguaggio latino andar modificato, e anche variamente secondo le varie contrade, per virtù di un’infiltrazione che era esigua per sè, ed era poi la stessa dappertutto. La comunanza di codesti elementi germanici riesce anzi affatto inconcepibile se non le si trova una ragione storica la quale si connetta, o addirittura s’indentifichi, con quella dell’estendersi della parola latina al di là dei confini dell’Italia, e sia perciò anteriore alle invasioni germaniche. Ora una tal ragione storica, bastevole e congrua per ogni lato, io la vedo, molto semplicemente, nel legionario di Roma, o sotto le insegne o fatto colono; la vedo, in altri termini, nel linguaggio castrense, al quale l’elemento germanico delle truppe ausiliari e le «guardie» teutoniche dovevano aver dato una gran parte delle trecento voci tedesche che si trovan comuni alle diverse favelle neolatine. Vegezio, nella seconda metà del quarto secolo, adducendoci burgus quasi termine tecnico per «castellum parvulum» (quem burgum vocant), ci dà un bell’esempio di codesta serie esotica che già a’ suoi tempi dovea parer di patrimonio latino, anzichè roba estranea e d’importazione recente. I criterj fonologici suffragheranno poi alla lor volta il raziocinio storico; e così è bello vedere il t– dello stadio gotico (non lo z– dello stadio alto–tedesco) in tirare toccare torba taccagno, che son tra codeste voci comuni, o i nessi –rd– –ld– dello stesso stadio gotico (non rt lt dell’alto–tedesco) in ardito falda, ed altri, che pur sono della categoria medesima.» (Arch. Glott., vol. II, pag. 413.)

[27] Op. cit., vol. I, pag. 65.

[28] Ueber deutsche Schattirung romanischer Worte (Sopra la tinta germanica di alcune parole romanze), nella Zeitschrift del Kuhn, V, 11.

[29] Littré, Op. cit, vol. I, pag. 96 e seguenti.

[30] Il fatto che focus fu preferito anche in luoghi dove la ragione delle invasioni non può farsi valere (a Venezia, per esempio, e in Sicilia: fogo, focu), indebolisce, sì, ma non distrugge l’osservazione del Müller; perchè nessuno è in grado di dimostrare che, senza l’aiuto di feuer e funkeln, focus sarebbe prevalso ugualmente anche altrove, una volta che di queste doppie voci è comunissimo il caso che una ne attecchisse in un luogo, una in un altro.

[31] Dovendo ancora citare altre parole de’ vari idiomi germanici, sarà bene ch’io metta qui le quattro principali divisioni di questo gran ramo della famiglia indoeuropea, come son date dal Whitney (Op. cit, pag. 220–22): «1. Il meso–gotico, o dialetto dei Goti della Mesia, conservato solo da parti di una traduzione della Bibbia, fatta dal loro vescovo Ulfila, nel quarto secolo dell’èra volgare; dialetto estinto da lungo tempo in quanto lingua parlata. 2. Gl’idiomi basso–tedeschi, ancora parlati nel settentrione della Germania, dall’Holstein alle Fiandre, e, dall’altra parte, nella prossima Inghilterra: v’entrano due importanti lingue colte, l’olandese e l’inglese. I monumenti letterali inglesi rimontano al settimo secolo, gli olandesi al tredicesimo; e vi è un poema «sassone–antico,» l’Heliand, o «Salvatore,» del secolo nono; e la letteratura frisone del decimoquarto. 3. Il corpo dei dialetti alto–tedeschi, rappresentato presentemente da un’unica lingua letteraria, il così detto tedesco, la cui letteratura comincia con la Riforma, nel secolo decimosesto: dietro a questo, che è il nuovo alto–tedesco, stanno un periodo medio ed uno antico alto–tedesco, con le loro letterature in vari alquanto discordi dialetti, e rimontanti all’ottavo secolo. 4. La sezione scandinava, scritta nelle forme del danese, dello svedese, del norvego e dell’islandese. I monumenti islandesi rimontano al decimosecondo e decimoterzo secolo, e sono, in punto a stile e a contenuto, più arcaici (non diciamo più antichi) di tutto ciò che v’è di alto e basso tedesco: l’Edda è la fonte più pura e copiosa della conoscenza che abbiamo delle primitive condizioni linguistiche germaniche. L’islandese è pure, specialmente nel suo stato fonetico, il più arcaico dei viventi dialetti germanici. Oltre ai detti residui letterali, vi sono brevi iscrizioni runiche, generalmente di una o due parole, rimontanti, si crede, perfino al terzo o al secondo secolo.»

[32] Saggio cit., pag. lvi e seguenti.

[33] Le trasformazioni delle specie e le tre epoche delle lingue e letterature indoeuropee: Roma, 1871; pag.29

[34] Leonardi Bruni Arretini Epistolarum libri VIII; Florentiae, 1741; lib. VI, epist. X (Leonardus Flavio Foroliviensi).—Celso Cittadini, Trattato della vera origine e del processo e nome della nostra lingua; Venezia, Ciotti, 1601.—Le origini della toscana favella; Siena, Marchetti, 1604.—Furono ripubblicati nelle Opere edite ed inedite del Cittadini, per cura di Girolamo Gigli, Roma 1721. Ma, a detta dello Zeno (Annotaz. al Fontanini), per il secondo trattato il Gigli seguì l’ediz. Marchetti, invece d’un’altra riformata dall’autore e tanto migliore, uscita in Siena per Ercole Gori nel 1628.