[16] Anche di quest’uso si può vedere un principio ne’ buoni autori, quando adoperano col verbo esse il participio in forza d’aggettivo, come in Cesare: Gallia est omnis divisa in partes tres, invece di dividitur.—In rumeno, la forma più comune del passivo è questa: eu me laud, che significa tanto io mi lodo, quanto io sono lodato. Può tuttavia formarsi anche con l’ausiliare essere; allora però il participio conserva l’idea del passato, è quindi frate meu este leudat non vuol dire mio fratello è lodato, ma è stato lodato, come il latino laudatus est. (Cfr. Diez, Op. e vol. cit., pag. 243–44.)
[17] Amarò, come del resto, anche amaraggio, amarajo, ecc., s’incontra ne’ nostri antichi scrittori e vive tuttora in alcuni dialetti.
[18] I Sardi formano ancora il futuro con la perifrasi allo stato sciolto; onde nel Logudoro dicono happ’a ccantare, e nel Campidano happ’a ccantai (ho a cantare = canter–ò). E in perifrasi sciolte s’incontrano il futuro stesso e il condizionale in antichi saggi vernacolari d’altre contrade d’Italia. (Cfr. Ascoli, Arch. Glott., vol. III, pag. 110.) I Rumeni poi lo formano col verbo volere: voiu cuntà, voglio cantare, canterò.
[19] Cfr. Zambaldi, Metrica greca e latina; Torino, 1882; pag. 843–44.
[20] Cfr. Rajna, Le Origini dell’Epopea francese; Firenze, 1884, pag. 513–14.
[21] Poichè nella pronunzia tutte le parole francesi finiscono con una sillaba accentata, il verso eroico francese è riuscito un endecasillabo tronco (decasillabo), e perciò la sua somiglianza col verso corrispondente delle lingue sorelle si avverte meglio, appunto quando anche questo è tronco:
Un sol nouveau remplace le premier. (Parny.)
E com’albero in nave si levò. (Dante.)
Sus rayos lanza moribundo el sol. (De Espronceda.)
Que todo se desfaz em puro amor. (Camoens.)
[22] Op. cit., pag. 506–28.
[23] In alcuni luoghi di Sardegna si dice ancora domu e domo per casa; e in Toscana e altrove si usa nel suo primo significato anche verbo, ma solo in certe speciali locuzioni (non disse verbo, non rispose verbo, ecc.); le quali però, benchè vivissime anche tra ’l volgo, tuttavia è possibile che siano meri latinismi, salvo il caso di evidente elaborazione popolare, come nel ladino vierf (verbum), verva (verba). (Cfr. Ascoli, Arch. Glott., vol. I, pag. 127 e 172.)
[24] Cfr. Dozy et Engelmann, Glossaire des mots espagnols et Portugais dérivés de l’arabe. Seconde édition. Leyde, 1869.—Tra queste parole non ce n’è una, che indichi un sentimento o un legame di parentela o d’affezione. È però arabica una formula esclamativa con cui lo spagnolo invoca Dio: ojalá.