[6] Die romanischen Sprachen in ihrem Verhältnisse zum Lateinischen (Le lingue romanze nel loro rapporto col latino); Halle, 1819; pag. 53.

[7] Fin dal secolo passato, Scipione Maffei avvertiva che «i nostri odierni dialetti non altronde si formarono, che dal diverso modo di pronunziare negli antichi tempi, e di parlar popolarmente il Latino; la qual diversità non altronde nasceva, che dal genio delle varie lingue che avanti la Latina correvano.» (Verona Illustrata; Milano, 1825–26; vol. I, pag. 27.—Cfr. anche vol. II, pag. 540–41.)—«Può dirsi che il francese, in fondo, sia un latino pronunziato da Celti.» (Littré, Histoire de la Langue française; sixième édition; Paris, 1873; vol. I, pag. 263.)—Intorno alle corrispondenze tra l’umbro antico e i moderni dialetti umbro—romani, in alcune proprietà del vocalismo, e specialmente nella preferenza per e atona, soprattutto finale, sull’i, si vedano le Osservazioni del Caix sul Vocalismo italiano (Firenze, 1876).

[8] Ormai è definitivamente dimostrato, che quasi tutti questi idiomi erano d’origine ariana: derivavano, cioè, al pari del latino stesso, del sanscrito, dell’antico persiano, del greco, del gotico, ecc., da una lingua, parlata forse ben più di cinquanta secoli fa dal popolo degli Arii, i quali, sia che originariamente dimorassero in Asia, sia che dimorassero in Europa, certo è che poi si diffusero, spazzando via o assimilandosi le popolazioni indigene, per tutta l’immensa regione che corre dall’Himalaia al Capo Nord, dalle foci del Gange a quelle del Tago. Di questa antichissima lingua non ci rimangono documenti scritti; ma si è già potuto determinarne i caratteri generali, e tentare anche in parte di ricostruirla, per mezzo degli elementi comuni delle lingue derivate da essa; come appunto, se mancasse ogni documento del latino, si potrebbe fino a un certo segno ricostruirne la grammatica e il vocabolario, per mezzo degli elementi comuni delle lingue romanze. Da tali elementi delle lingue indoeuropee si deduce altresì il grado approssimativo di civiltà a cui gli Arii dovevano essere pervenuti; poichè, per citare pochi esempi tra mille, il giogo non si chiamerebbe yuga in sanscrito, jugum in latino, juk (jukuzi) in gotico, ecc.; nè l’antico persiano nâvi avrebbe riscontro nel latino navis, ecc.; nè per indicare la casa si troverebbe dama in sanscrito, dohm in armeno, dómos in greco, domus in latino, domŭ in antico slavo e in russo, ecc.; se prima della separazione la stirpe ariana non avesse già avuto nella sua lingua tre vocaboli più o meno corrispondenti a questi, e se per conseguenza non avesse già conosciuto il giogo, la barca, la casa: che è poi quanto dire, in un senso più o meno largo, l’agricoltura, il navigare, il fabbricare. (Cfr. Pictet, Les Origines indo–européennes. Deuxième édition. Paris, 1877.)—Tornando dunque alle lingue vinte da quella di Roma, oggi è dimostrato che d’origine ariana, e formanti uno stesso gruppo col latino, erano l’umbro e l’osco coi loro dialetti o idiomi affini (volsco, sabino, ecc.). Ariani del pari, secondo l’opinione di reputati filologi, erano anche l’etrusco e il messapico. Ariani, finalmente, erano tutti gl’idiomi celtici, che si parlavano nell’Italia settentrionale, nella Gallia, e, dopo l’invasione de’ Celti, anche in una parte della Spagna. Non ariano invece era il linguaggio degl’Iberi, una parte dei quali, rimasta indipendente dai Celti, cedette poi ai Romani. A giudizio anzi d’alcuni, l’iberico sarebbe il progenitore del basco, che nelle sue varietà è ancora parlato da circa mezzo milione d’uomini, nel nord–est della Spagna e in un piccolo angolo del sud–ovest della Francia, e che forma la disperazione de’ filologi, poichè ha più somiglianze organiche con alcune lingue indigene d’America, che con le altre europee; ma, naturalmente, tende anch’esso a romanizzarsi sempre più, incalzato com’è dallo spagnolo e dal francese. (Cfr. Whitney, La vita e lo sviluppo del linguaggio: traduzione di F. D’Ovidio. Milano, 1876.—Hovelaque, La Linguistique. Deuxième édition. Paris, 1877.)

[9] Noctes Atticae, lib. XI, cap. 7.

[10] Il celtico però resistette e resiste ancora in tutto il dipartimento di Finistère, meno le città; in una metà circa dei dipartimenti delle Côtes–du–Nord e del Morbihan, e in un piccolo angolo della Loire–Inférieure. Ma bisogna ricordarsi che in questi luoghi esso ci è rimasto non tanto per continuata tradizione storica, quanto perchè ci ritornò nel quinto secolo co’ Britanni scampati dal ferro degli Anglo–Sassoni. Nell’Europa non latina poi, si parlano ancora idiomi di fondo celtico, all’estremità nord–ovest della gran Brettagna (Scozia occidentale); in alcune parti dell’Irlanda, all’ovest e al sud; in certe isole secondarie di que’ paraggi, e finalmente nell’intera Contea di Galles. Sicchè, in complesso, le lingue neoceltiche sono oggi parlate da circa tre milioni, o tre milioni e mezzo d’Europei. (Cfr. H. d’Arbois de Jubainville, Introduction à l’étude de la Littérature celtique; Paris, 1883; pag. 17–18.)

[11] Ecco le sue precise parole: «Del come [nascesse la nostra Volgar lingua] non si può errare a dire, che essendo la Romana lingua, e quelle de’ Barbari tra sè lontanissime; essi a poco a poco della nostra ora une ora altre voci, e queste troncamente e imperfettamente pigliando; e noi apprendendo similmente delle loro, se ne formasse in processo di tempo, e nascessene una nuova, la quale alcuno odore e dell’una e dell’altre ritenesse, che questa Volgare è, che ora usiamo.» (Le Prose, lib. I, pag. 33 dell’ediz. di Napoli, 1714.)

[12] Cfr. Caix, Saggio sulla Storia della lingua e dei dialetti d’Italia; Parma, 1872; Introduz., pag. xlix e l.—«Una sola delle lingue uscite dal latino fa alterata nell’intimo suo svolgimento dai contatti con altre lingue, la valacca. Ma questa lingua crebbe e si formò in condizioni affatto diverse dalle altre. Quel paese fu degli ultimi a ricevere la lingua latina, e i coloni mandativi da Traiano erano presi non dal solo Lazio e dall’Italia, ma, secondo l’espressione di Eutropio, da tutte le parti dell’Impero (ex toto orbe romano). Un secolo dopo o poco più, cominciavano quelle continue invasioni e devastazioni che non ebbero termine che al XV secolo. Fin dal 270 infatti, Aureliano era stato costretto a trasferire al di là del Danubio la sede del governo e le legioni, spaventato dai progressi dei barbari; e da quel tempo tace la lista dei governatori romani della Dacia, compilata dal Borghesi colle medaglie e colle iscrizioni raccolte nella provincia. Qui dunque il latino, benchè costituisca sempre il fondo principale della lingua, non potè non soffrire della prevalenza degli elementi barbarici. Non solo una metà del lessico valacco è di parole albanesi, turche, magiare, tedesche, greche e soprattutto slave; che, mentre nelle altre lingue romane.... gli elementi stranieri si modificarono secondo le leggi e le analogie delle voci latine; qui le parole slave passarono nell’uso non assimilate nè modificato, e la grammatica diè luogo a costrutti e forme straniere, alterando così profondamente lo svolgimento e il carattere dell’idioma.» (Id., ibid., pag. lxiv.)

[13] Del resto, e com’è naturale, la stessa declinazione latina non era stata sempre quella del secolo d’Augusto e delle comuni grammatiche. Per esempio, il dativo e ablativo singolare populo era stato nel latino arcaico populo–i e populo–d, forme più vicine alla declinazione protoariana, che oggi si tenta di ricostruire, e che sicuramente aveva un dativo singolare in ai e un ablativo singolare in at o in t.—Il caso locativo del protoariano, terminante in i, e conservatosi nell’osco (moíníkeí tereí, nella comune terra) e in altre lingue sorelle, nel latino andò invece perduto, perchè si confuse foneticamente col genitivo o col dativo; e vi fu sostituito l’ablativo con la preposizione in. Ma pure, un vestigio ne rimase in que’ complementi di stato in luogo (Cypri, domi, humi, ecc.), che la grammatica classica ci dà senza ragione per genitivi.—Nel passaggio poi dal latino alle lingue romanze, i casi non potevano andar perduti tutti in un giorno: infatti, il provenzale e l’antico francese conservarono fino al cadere del secolo XIV, due desinenze diverse, una per il soggetto o nominativo, l’altra per i complementi (Cfr. Littré, Op. cit., passim); e alle sorgenti del Reno (ladino di Sopraselva) vive anche oggi, con la sua propria funzione, l’antica s del nominativo latino. (Cfr. Ascoli, Arch. Glott. vol. VII, pag. 407, e 426 e seg.) Avanzi di flession nominale, senza dir della differenza tra i due numeri, s’hanno pure specialmente nel pronome: io, me, mi,—tu, te, tiegli, eglino, loro, cui, ecc. In tutti gl’idiomi romanzi occorrono poi esempi di due o più forme d’uno stesso nome, le quali dipendono dalla diversità de’ casi latini, ma più non serbano alcuna diversità di funzione. Così in italiano: ladro e ladrone (latro–latronem), moglie e mogliera (mulier–mulierem), sarto e sartore (sartor–sartorem), ecc. (Cfr. Diez, Gramm. delle Lingue romanze, traduz. franc., vol. II, lib. II;—Ascoli, Arch. Glott., vol. II, pag. 416–38, ecc.)

[14] Il catalano delle Baleari convertì in articolo determinato ipse invece di ille; e altrettanto fece il sardo, nel quale perciò abbiamo su e sa per il singolare, sos e sas per il plurale. Il valacco poi incorpora l’articolo determinato dietro il nome, a guisa di suffisso: omul, l’uomo.

[15] Ma in valacco, secondo il Diez (Op. e vol. cit., pag. 428), c’è un solo avverbio in mente: altmintrea, che però nel vocabolario del Laurianu e del Massimu è registrato in forma diversa: altramente, altamentre, ecc. L’esemplare altra–mente, o meglio altre–menti (altrimenti, cfr. parimenti) è forse il più antico della serie, e certo uno dei più antichi e anche un po’ sui generis. (Cfr. Ascoli, Arch. Glott., vol. VII, pag. 585.)