Ipse venit de nobile
Et illustre prosapia,
Et veras etiam glorias
Occultat pro modestia, etc.

[73] L’originale di questa carta, pubblicata nell’Archivio Storico Italiano (Ser. III, vol. XIII, pag. 363), è a Firenze nel R. Archivio di Stato; e la sua data risulta dall’esservi nominato come vivente il vescovo di Pisa Gerardo, che mori nel 1086 o nel 1089.

[74] Fu pubblicata dal Flechia nell’Archiv. Glottol. (vol. VII, pag. 121–29), e poi dal Monaci nella sua bella raccolta: Facsimili d’antichi manoscritti, num. 19–29. I passi, che qui se ne riferiscono, sono stati collazionati coll’originale dallo stesso Monaci.—«Anche la lingua» di questo documento, dice il Flechia, «mostra di appartenere al tempo in cui il volgare cominciava ad usarsi nelle scritture ancor peritosamente e più o men misto con latino, morto da un pezzo come lingua popolare, e per conseguenza ad epoca che non dovrebbe discostarsi molto dal 1000. Le peculiarità dialettali del volgare, se non accennano risolutamente ad una speciale regione d’Italia, possono tuttavia, se non c’illudiamo, tenersi per verisimilissimamente proprie dell’Italia centrale, con esclusione delle provincie napolitano e della Toscana.»

[75] Italia Sacra, tom. IX, pag. 385 dell’ediz. di Roma, 291 dell’ediz. di Venezia.

[76] Guido Levi, Una carta volgare picena del sec. XII (Giornale di Filologia romanza, luglio 1878).

[77] Dizionario precettivo, critico ed istorico della Poesia volgare; Parma, 1777; pag.29–41.—L’iscrizione è in caratteri romani intrecciati, e l’Affò legge erroneamente: Il mile, invece di Li mile; Et ne a fo l’opra, invece di E mea fo l’opra, o fors’anche opera.

[78] Questo egregio uomo, di cui io non so se si debba più ammirare la profonda dottrina o la rara bontà, lavora da molti anni per darci una Crestomazia italiana de’ primi secoli; e io ho già potuto profittarne non poco per il presente lavoro.

[79] Questi versi erano noti finora con la data del 1196, indizione XII, come si trovano in una particola d’una scrittura antica latina, riportata dal Piloni nella sua Historia (Venezia, 1607, pag. 100 v.–101). E con questa data erano stati ripubblicati dal Cantù, dall’Ascoli, e anche nelle due prime edizioni del presente libretto. Ora però, essendomi rivolto per qualche maggiore notizia al dotto e cortese abate F. Pellegrini di Belluno, ho potuto assegnar loro la data molto più probabile del 1193; ed ecco in che modo. Prima che dal Piloni, la particola era stata copiata, tra il 1530 e il 1544, o poco più o poco meno, da Giovanni Antonio Egregis, e innanzi al 1558 da Giulio Doglioni, ne’ loro cataloghi dei Vescovi di Belluno: e in tutt’e due questi cataloghi, che si conservano manoscritti nella biblioteca del Museo Civico di quella città, e che, essendo molto diversi, non possono credersi copia l’uno dell’altro, la detta particola comincia appunto con la data del 1193 in tutte lettere, indizione XI; mentre il 1196 del Piloni è in cifre, e non va d’accordo con l’indizione XII. È quindi verisimile che il Piloni, o chi a sua insaputa pubblicò la sua storia, abbia confuso un 1196, che è la data dell’ultimo fatto raccontato in quel branicello di cronaca, col 1193 del principio, al quale i quattro versi si riferiscono. In tutto il resto però, come può vedersi dal confronto che ne stampo qui sotto, le tre trascrizioni vanno pienamente d’accordo, salvo alcune diversità facilmente spiegabili: e vanno d’accordo, quantunque sia certo che, come il Doglioni non copiò dall’Egregis, così il Piloni non copiò nè dall’uno nè dall’altro, perchè, se li avesse conosciuti, avrebbe evitato parecchi errori che s’incontrano nella sua storia. Chi poi dubitasse che questi versi non siano stati composti nel 1193 o appena qualche anno dopo, osservi prima d’ogni altra cosa che essi hanno tutti i caratteri d’una poesia d’occasione; e osservi altresì che la particola, raccontando le vittorie dei Bellunesi e de’ loro alleati Feltrini in quel tempo, contiene dati di fatto, specialmente numerici, cosi minuti, che solo uno scrittore sincrono poteva saperli e prendersi la briga di registrarli. Sicchè, se non si dimostra che il documento sia stato inventato (e niente davvero fa sospettare che ciò possa essere), bisogna proprio crederlo di quelli tempi, come lo crede il Piloni. Se poi si osserva che l’autore della particola mette i quattro versi nel punto dove per ordine cronologico avrebbe dovuto raccontare l’impresa di Casteldardo, e, senza aggiungerci una sola parola di suo, fa fare ad essi le veci del racconto, si deve anche credere che fossero allora popolarissimi; e quindi anche di un tempo più o meno anteriore a quello in cui egli scriveva. Nè è improbabile che facessero parte d’un canto su tutte le imprese guerresche (che furono parecchie), compiute dai Bellunesi nel 1193. Ecco ora la lezione della particola secondo l’Egregis (pag. 2 v.):

«Anno Domini nostri Jesu Christi millesimo centesimo nonagesimo tertio, indictione xi, viiij[] intrante mense aprilis. Prudentissimi milites et pedites Bellunenses et Feltrenses castrum Mirabeli[ii] maxima vi occupaverunt, illud vero infra octo dies combuxerunt atque in omnibus edificijs ipsum destruxerunt. Item eodem mense clusas Queri ceperunt et destruxerunt, et sexaginta sex inter milites et pedites atque[iii] arceatores secum in vinclis duxerunt,[iv] et predam valentem duo[v] millia librarum habuerunt, alios interfecerunt et alios vero graviter vulnerarunt.[vi] Item eo anno castrum Landredi ceperunt, ibi vero plures homines interfecerunt, et xxvj inter milites et pedites atque arceatores[vii] secum in vinculis duxerunt, et totum castrum combuxerunt et funditus destruxerunt. De Casteldard[viii] Have[ix] li nostri bona part, I lo zetta[x] tutto intro lo flumo[xi] d’Ard,[xii] E sex Cavaler[xiii] De[xiv] Tarvis di[xv] plui fer Con se duse li[xvi] nostri[xvii] Cavaler.[xviii] Preterea domum Bance[xix] vi occupaverunt, et eam destruxerunt, et xviij Latrones inde secum duxerunt. Postea anno 1198 indictione xiiij, die vi[xx] exeunte mense junij, dicti milites et pedites Bellunenses et Feltrenses ad castrum Giumelarum[xxi] iverunt, illud autem magna vi in xvij[xxii] die ceperunt et combuxerunt, atque cum[xxiii] omnibus edificijs destruxerunt, et cum maxima letitia domibus[xxiv] redierunt:[xxv] et hoc totum factum fuit fere sub nobilissimo et prudentissimo D. Gerardo Bellunensi Episcopo, anima cuius sit locata in paradiso.[xxvi] Amen.»

[] Piloni: «1196. Indictione xij. die octavo.»