[64] Ibid., tom. V, par. II, pag. 14.

[65] Gregorovius, Storia della città di Roma; lib. IV, cap. V, § 3.

[66] Muratori, Rer. Ital. Script., tom. II, pag. 179–80.

[67] Gattola, Ad Historiam Abbatiae Cassinensis Accessiones; pars prima; Venetiis, 1734; pag. 68–69.—Tosti, Storia della Badia di Montecassino; Napoli, 1842; tom. I, pag. 220–22.

[68] Forse, che qui (cioè l’abbreviatura) contiene; preso il qui per soggetto, come quando diciamo, toccando un libro o una carta: Qui parla chiaro; Qui non ammette dubbi, e simili.

[69] Si badi però, che nelle edizioni del Gattola e del Tosti c’è un errore, che renderebbe impossibile accertare la data. Infatti, nell’una e nell’altra, il placito comincia così: «In nomine Domini nostri Jesu Christi, bigesimo primo anno princip. domni nostri Pandolfi gloriosi princ., et septimo decimo Landolfi, et secundo anno princ. domni Landolfi, excellentissimis Principibus ejus filiis, mense martio, tertia indictione.» E questi dati cronologici fanno a pugni tra loro; giacchè, per non dirne altro, il ventesimoprimo anno del principato di Pandolfo Capo di Ferro non corrisponde punto al decimosettimo e al secondo del principato de’ suoi figlioli. Mettendo invece (come ingegnosamente proponeva il mio egregio amico dottor Ignazio Giorgi) Landolfo al posto di Pandolfo, e Pandolfo al posto del primo Landolfo, tutte le indicazioni vanno d’accordo benissimo con la genealogia di que’ principi e con la cronologia, e se ne ricava la data precisa del 960. Pregato da me il dotto padre Piscicelli Taeggi, prefetto dell’Archivio Cassinese, di riscontrare l’originale del documento, egli m’ha risposto che la cosa sta precisamente come aveva congetturato il Giorgi.

[70] Su questa celebre falsificazione può, tra gli altri, vedersi il Bartoli, Storia della Letterat. ital.; vol. II (Firenze, 1879), pag. 389–416.

[71] V. lo scritto del Salinas nell’Arch. Stor. Sicil.; nuova serie, anno VII, pag. 166–69.

[72] È noto che Dante, con una di quelle sentenze nelle quali all’arguzia è sacrificato il buon senso, diceva che i soli Sardi, al suo tempo, non avevano volgare proprio [!], e che imitavano il latino, come le scimmie imitano gli uomini. (De Vulgari Eloquentia, lib. I, cap. XI.) Ed è del pari noto, che ne’ vari idiomi dell’isola s’è potuto scrivere lunghi componimenti, che sono al tempo stesso anche latini: per esempio, nel volgare logudorese, la poesia del Madau (1778), in lode dell’arcivescovo Melano:

Melani nomen celebro
Cantet superba Calaris,
Et sarda terra applaudat
Cum jucunda memoria.