Quindi, accanto a quella usata dal Casa, e da essa più o meno diversa per vocaboli e per costrutti, c’era un’altra lingua italiana, cioè la parlata. Di quale, dunque, di queste due lingue dovrò io raccontare l’origine?
Della parlata, soprattutto,—mi par di sentirmi rispondere. E sta bene.
Ma, parlata, dove? È chiaro che la lingua parlata, a cui il Salviati contrappone la scritta del Casa, è la fiorentina, o tutt’al più la toscana. Ma perchè dovrei io restringermi a discorrere della sola parlata fiorentina o toscana, se quelle di Torino, di Venezia, di Genova, di Bologna, di Roma, di Napoli, di Palermo, e via dicendo, hanno tutte in fondo la medesima origine? Non sarebbe questo un piantar male la questione, di maniera che tutto il ragionamento ne rimarrebbe poi, più o meno, viziato?
Perciò io dico che tratterò dell’Origine degl’idiomi italiani.
E non basta. Questi idiomi, per comune consenso oramai, son derivati dal latino. Ma dal latino son derivati ugualmente (salvo il basco e il neoceltico, che conservano ancora gran parte del loro antico fondo originale, e dei quali faremo un cenno più innanzi) tutti i cento o mille idiomi parlati in Portogallo, in Spagna, in Francia, in tutto il sud–est del Belgio e in più parti della Svizzera e della Penisola Balcanica. Dunque, sarò più esatto, se dico che tratterò dell’Origine degl’idiomi neolatini in generale, e particolarmente degl’italiani, giacche è quasi impossibile parlar della specie, senza toccare un poco anche del genere.
Il seguito del mio discorso proverà, spero, che questi preliminari erano tutt’altro che oziosi. Qui intanto basterà aggiungere, che comunemente però, e per delle buone e anche delle cattive ragioni, s’usa dire che le lingue neolatine, o romane, o romanze, son sei: italiano,[2]—francese,—provenzale,[3]—spagnolo,—portoghese,—rumeno o valacco.