Tutte abbandonarono quasi interamente il genere neutro, che già non differiva dal maschile altro che nel nominativo e nell’accusativo, e che anche ne’ classici si comincia a confonder con esso (commentarium e commentarius, nuntium e nuntius, calamistrum e calamister, ecc). Tutte dagli aggettivi e pronomi unus e ille cavarono un nuovo elemento, cioè l’articolo indeterminato e determinato, de’ quali, al solito, si vedono i primi germi anche negli scrittori.[14] Tutte si trovarono d’accordo nel far crescere un altro germe, che pure abbiamo già visto apparire in qualche scrittore, e che dando al nome mens il senso di modo, maniera, e aggiungendolo all’aggettivo (sana–mente, forte–mente), generò gli avverbi da sostituire ai terminanti in e e in ter (sane, fortiter), poichè queste terminazioni, piegandosi alla nuova eufonia, si confondevano con quelle de’ nomi e degli aggettivi.[15]

Tutte, per evitare altre confusioni, conseguenza anch’esse dello scadimento fonetico, e insieme per distinguer meglio certi momenti dell’azione, fecero i medesimi cambiamenti nel verbo: estesero, cioè, l’uso di habere per ausiliare; abbandonarono la forma passiva amor (sono amato), che, caduto l’r, si confondeva con l’attivo amo, e vi sostituirono l’ausiliare essere col participio passato;[16] arricchirono la coniugazione col passato prossimo e col trapassato remoto, che in latino si confondevano col passato remoto, giacchè amavi, per esempio, poteva significare tanto amai, che ho amato ed ebbi amato; aggiunsero un nuovo modo, il condizionale, che in latino era incluso nel congiuntivo; e poichè le terminazioni del futuro, amabo, tacebo, dicam, venivano confondendosi con l’imperfetto amabam, tacebam, e col presente congiuntivo dicam, le nuove lingue crearono una nova forma, fondendo l’ausiliare avere con l’infinito. Ma anche questa fusione procedette per gradi: prima di tutto, per evitare amavo (derivante da amabo, amerò, come fava da faba, lavorare da laborare), che si sarebbe confuso con l’imperfetto amava o amavo (da amabam), si ricorse a una perifrasi, già usata in certi casi, e si disse: habeo amare o amare habeo, cioè ho da amare; e poi da amare habeo si fece amar hao, amar ho, amarò,[17] e infine amerò;—spagn. amaré = amar–he; portogh. amarei = amar–hei; provenz. amarai = amar–ai; franc. aimerai = aimer–ai.[18]

Tutte, finalmente, perduto che fu dall’orecchio delle popolazioni romane il sentimento della quantità, ossia delle lunghe e delle brevi, crearono una metrica nova, fondata non più sull’estensione, ma sullo sforzo (ictus) e sull’elevazione della voce, cioè sopra un certo numero di accenti, collocati in un dato numero di sillabe. E si badi, che anche di questa trasformazione ormai non può più dubitarsi che i germi esistessero già nel latino. Infatti, lasciando anche stare l’opinione sostenuta tuttora da molti che il verso saturnio, usato dai Romani prima che applicassero alla loro poesia la metrica greca, non fosse a quantità, ma ad accenti;[19] certo è che racconto ebbe poi sempre gran parte ne’ metri specialmente de’ comici; ed è certo del pari che l’esistenza di una ritmica popolare romana ben distinta dalla metrica classica, ci viene attestata come cosa nota e comune, e quindi sicuramente non recente, nientemeno che alla metà circa del quarto secolo, da un passo attribuito a Mario Vittorino: «Metro quid videtur esse consimile?—Rhythmus.—Rhythmus quid est?—Verborum modulata compositio, non metrica ratione, sed numerosa scansione ad judicium aurium examinata, ut puta veluti sunt cantica poetarum vulgarium[20] Che poi anche il verso principale delle nuove lingue, il nostro endecasillabo,[21] provenga dal latino, è un’altra questione; giacchè l’origine di ciascun verso in particolare può esser differente da quella de’ dati fondamentali del sistema ritmico a cui è congiunto. E gli argomenti addotti dal Rajna[22] contro codesta provenienza dell’endecasillabo, presi nel loro complesso, hanno in verità molto peso: ma pure, da una parte la ragionevole induzione che tutto ciò che v’ha d’importante nelle lingue romanze debba esser latino; dall’altra la strettissima somiglianza dell’endecasillabo col saffico minore:

Saeculum Pyrrhae nova monstra questae;

col trimetro giambico catalettico:

Ignotus heres regiam occupavi;

col falecio:

Disertissime Romuli nepotum,

e con qualche altro di tali versi, saranno sempre una gran tentazione per chiuder le orecchie a qualunque argomento in contrario, che non abbia una piena e assoluta certezza.