Eh, sarebbe stato meglio forse, meglio, babbo, che non fossi venuto.
Guglielmo.
Ah, vedi? Puoi dire così?... Ma dunque, via, non negare!
Livia.
No. Non lo dico per quello che tu credi! Ti giuro, babbo, t’inganni! Tu sei convinto che fosse necessario quest’urto violento, questa spinta che sei venuto a dare a quell’apparenza di vita che ti dicevo.... che si reggeva qua sul silenzio.... Ebbene, io non avrei voluto, te lo confesso. E Dio sa se ho fatto di tutto perchè non t’accorgessi di nulla. Non per altro, credi, ma perchè so che.... non posso.... ecco: io non posso parlare....
Guglielmo.
Come non puoi? Perchè? Chi te lo proibisce?
Livia.
Ma chi vuoi che me lo proibisca? Io stessa. Te l’ho detto. Vedi, babbo: io comprendevo bene, che tu, venendo a conoscere soltanto ora, dopo tanto tempo, ciò che è accaduto, quando la colpa è veramente finita, scontata, e ci sono soltanto come punizione per lui le conseguenze, dovessi credere ancora necessario, utile, il tuo intervento. Non può sembrarti tardi, insomma, a te, poichè vieni a sapere soltanto ora, tu. E non vedi più lui come veramente è, ma come la sua colpa, conosciuta ora all’improvviso, inattesamente, te lo fa vedere; hai voluto ragionare con lui, fargli intendere la ragione: è naturale. Io sapevo invece ch’era inutile ormai. Inutile parlare, inutile ragionare.... Ma scusa, che vuoi più parlare?... Non vedi come s’è ridotto?
Guglielmo