Accennerà alla camera mortuaria.

Ma deve ammettermi che io lo so, mio figlio com’era. Una madre guarda il figlio e lo sa com’è: Dio mio, l’ha fatto lei! — Ebbene, la vita può agire così crudelmente verso una madre: le strappa il figlio e glielo cambia. — Un altro; e io non lo sapevo. Morto; e io seguitavo a farlo vivere in me.

Don Giorgio

Ma per lei dunque, signora; per come era per lei. Non morto per sè, se egli fino a poco fa viveva —

Donn’Anna

— la sua vita, sì; ah, la sua vita sì, e quella che egli dava a noi, a me! Ben poco ormai, quasi più niente a me. Era tutto là, sempre!

Indicherà lontano.

Ma capisce che cosa orribile m’è toccato patire? Mio figlio — quello che è per me, nella mia memoria, vivo — era rimasto là, presso quella donna; e qua, per me, era tornato questo che — che non potei più sapere neppure come mi vedesse, con quegli occhi cambiati — che non mi poteva dar più niente — che se pur con la mano qualche volta mi toccava, certo non mi sentiva più come prima. — E che posso saperne io, della sua vita, com’era adesso per lui? delle cose, com’egli le vedeva; e quando le toccava, come le sentiva? — Ecco, vede? è così: quello che ci manca, ora, è solo quello che non sappiamo, che non possiamo sapere: la vita com’egli la dava a sè e a noi. Questa sì. Ma allora, Dio mio, si dovrebbe anche intendere che la vera ragione per cui si piange davanti alla morte è un’altra da quella che si crede.

Don Giorgio

Si piange quello che ci viene a mancare.