Si stringerà con ambo le mani le tempie

— e dà questa terribile fredda febbre che inaridisce gli occhi e anche il suono della voce: chiara e crudele. (Io quasi mi volto, a sentirmi parlare, come se parlasse un’altra).

Donna Fiorina

Tu dovresti riposarti un poco, Anna mia.

Donn’Anna

Non posso. Mi vuole viva. — Ma guardi, Don Giorgio, guardi se non è tutto vero così com’io le dico. Mio figlio, voi credete che mi sia morto ora, è vero? Non mi è morto ora. Io piansi invece, di nascosto, tutte le mie lagrime quando me lo vidi arrivare: — (e per questo ora non ne ho più!) — quando mi vidi ritornare un altro che non aveva nulla, più nulla di mio figlio.

Don Giorgio

Ah, ecco — sì, cambiato — certo! Eh, l’ha detto lei stessa, dianzi, di sua sorella. Ma si sa che la vita ci cambia, e....

Donn’Anna

— e ci pare che possiamo confortarci, dicendo così: «cambiato». E non vuol dire un altro da quello che era? E se quello che prima era, ora non è più, che vuol dire «cambiato»? Io non lo potei riconoscere più come il figlio mio che m’era partito. — Lo spiavo, se almeno un volger d’occhi, un cenno di sorriso a fior di labbro, che so.... un subito schiarirsi della fronte, di quella sua bella fronte di giovinetto con tanti capelli fini — oh, d’oro nel sole! — mi avesse richiamato vivo, almeno per un momento, in questo che m’era ritornato, il mio figlio d’allora. No, no. Altri occhi: freddi. E una fronte sempre opaca, stretta qua alle tempie. E quasi calvo, quasi calvo. — Ecco, com’è là.