— Neanche nel Machiavelli? — mi domandava egli con meraviglia quasi incredula. — I vostri critici non riconoscono umorismo neanche nel Machiavelli? neanche nella novella di Belfagor?

Ed io pensavo alla grandezza nuda di questo Sommo nostro, che non andò mai a vestirsi nel guardaroba della retorica; che come pochi comprese la forza delle cose; a cui la logica venne sempre dai fatti; che contro ogni sintesi confusa reagì con l'analisi più arguta e più sottile; che ogni macchina ideale smontò coi due strumenti dell'esperienza e del discorso; che ogni esagerazione di forma distrusse col riso; pensavo che nessuno ebbe maggiore intimità di stile di lui e più acuto spirito d'osservazione; che poche anime furono come la sua disposte all'apprensione dei contrasti, a ricevere più profondamente l'impressione delle incongruenze della vita; pensavo che, parendo a molti un carattere dell'umorismo quella certa cura delle minuzie e una — come dice il D'Ancona — «a giudicarla astrattamente e a prima vista, trivialità e volgarità», anche egli, il Machiavelli, alla moltitudine talvolta si mescolò fino alla volgarità, tanto che scrisse: «Così involto tra questi pidocchi, traggo il cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per questa via per vedere se la se ne vergognassi»; ma anche:

Però se alcuna volta io rido o canto

Facciol perchè non ho se non quest'una

Via da sfogare il mi' angoscioso pianto;

pensavo anche a un'acuta osservazione del De Sanctis, che cioè: «il Machiavelli adopera la tolleranza che comprende e assolve: non già la tolleranza indifferente dello scettico, dell'ebete, dello sciocco; ma la tolleranza dello scienziato, che non sente odio contro la materia ch'egli analizza e studia, e la tratta coll'ironia dell'uomo superiore alle passioni e dice: — ti tollero, non perchè ti approvi, ma perchè ti comprendo» — pensavo a tutti questi elementi che, a farlo apposta, se li mettiamo in fila, son proprio quelli che gl'intenditori delle letterature straniere riconoscono proprii dei veri e più celebrati umoristi (s'intende, inglesi o tedeschi), e — Dio me lo perdoni — non sapevo più se piangere o ridere di tutte le meraviglie che questi intenditori han sempre detto... che so? delle Lettere d'un drappiere e degli altri scritti politici del decano Gionata Swift!

A questi intenditori, che delle letterature straniere ci pongono innanzi i soliti cinque o sei scrittori umoristi, basta dare della letteratura nostra un giudizio così fatto: «L'opera d'arte è scherzo geniale di fantasia, è riso fugace d'impressione destato dalle immagini, non dalle cose, gajezza accademica di ricordi, erudita ilarità; manca il sentimento profondo della famiglia (e ne aveva tanto lo Swift, difatti!), della natura, della patria; o meglio manca in quella forma gaja e ne assume un'altra, acre e violenta (e che miele, difatti, nello Swift), che ricorda Persio e Giovenale. Non fo nomi; basti accennare che le tradizioni classiche, lo spirito d'imitazione, la lingua ristretta nel vocabolario, schiva del popolo, impedirono nell'arte la libertà di atteggiamenti, di forma, di stile indispensabile all'humour: come altri ostacoli, il Papato, la dominazione straniera, le discordie intestine, la boria regionale e le accademie e le scuole impedirono la libertà politica, religiosa, scientifica. Ne affligge antico male; in scienza pedanti, in arte retori, nella vita attori, solenni sempre o gravi, insofferenti di analisi, corrivi alle grandi idee, sdegnosi delle modeste e lente esperienze, cercatori di tesi e di antitesi, vaporosi o empirici, atei o mistici, manierati o barbari. La nostra coltura è a strati, e non sempre nazionale; lo straniero persiste dentro a noi; le forme letterarie hanno tipi fissi; una generazione fa il testo, altre parecchie fanno le note; così si pensa e sente per riflesso, per reminiscenza o per fantasia; così ne sfugge il senso reale della vita, si ottunde quella libertà di percezione e di attitudini che crea l'umorismo: e si riproduce il circolo vizioso; gli scrittori umoristi non sorgono perchè mancano le condizioni adatte, e queste non mutano perchè mancano gli scrittori. Il difetto è alla radice; poco sviluppato lo spirito di curiosità; fioca la nota intima. L'humour vuole l'uno e l'altra; vuole il pensatore e l'artista; ma l'arte e la scienza presso noi son divise tra loro e divise dalla vita».[44]

Ho citato il Machiavelli. Citerò, a questo proposito, un altro piccolo nostro che non ebbe quella «libertà di atteggiamenti, di forma, di stile, indispensabile all'humour», a cui «il Papato... le accademie e le scuole impedirono la libertà politica, religiosa e scientifica», un insofferente d'analisi, pedante in iscienza e retore in arte, uno che ebbe poco sviluppato lo spirito di curiosità, ecc.: Giordano Bruno, se permettete, academico di nulla academia, autore, tra l'altro, dello Spaccio de la Bestia trionfante, della Cabala del Cavallo Pegaseo, dell'Asino Cillenico e del Candelajo; colui che ebbe per motto, come tutti sanno: In tristitia hilaris, in hilaritate tristis, che pare il motto dello stesso umorismo.

E la candela di quel suo candelajo «potrà chiarir alquanto certe ombre dell'idee, le quali invero spaventano le bestie», — dice egli stesso; e dice anche: — «Considerate chi va, chi viene, che si fa, che si dice, come s'intende, come si può intendere; chè certo, contemplando quest'azioni e discorsi umani col senso d'Eraclito, o di Democrito, avrete occasion di molto o ridere o piangere».

Per conto suo, l'autore le ha contemplate col senso di Eraclito e di Democrito a un tempo.